Ho sempre pensato che andare a ballare da soli fosse una cosa a totale appannaggio dei pazzi e di persone affette gravi turbe sociali. Esatto, lo pensavo fino a quando non ci sono andato anche io.

Quindi i casi sono due: o tutte le persone che ho visto durante la mia vita nelle discoteche solamente accompagnati da se stessi sono veramente dei matti; o semplicemente una vigliacca e bastarda spirale di eventi e di incomprensioni li ha portati in quel luogo da soli.

La mia prima volta è avvenuto all’interno delle calde braccia di un fine agosto fatto di locali all’aperto e di ultimi baci di sale. Io ed altri due amici avevamo deciso di andare ad appannare un po’ la mente in una discoteca che dista venticinque kilometri dalle nostre rispettive magioni.

Sorse però un problema non da poco: scoprii il giorno prima che avrei avuto una competizione sportiva alle 20.00 nelle zone poco distanti da Rovigo. Questo voleva dire una cosa sola: li avrei raggiunti direttamente all’interno del locale.

Ed è qui, proprio quando presi questa decisione, che iniziò la mia discesa nell’abisso.

La partita andò bene, vincemmo di strisciata, questo ci portò a festeggiare con un paio di birre e facemmo tardi. Complice la distrazione causata dall’elevato tasso di agonismo (per quanto possa essere alto quello di un tennista amatoriale fantozziano Ndr), l’ora tarda e le birre della vittoria, non mi feci assolutamente problemi e andai dritto a ballare. Anzi, feci di più: entrai e mi ordinai un cocktail conscio che i miei amici sarebbero arrivati da lì a poco. Erano pur sempre dei ritardatari cronici. Fu quando mi ricordai di aver messo il telefono in modalità Aereo prima della partita che riattivai la linea e vidi i diversi messaggi. Insomma, quei due non sarebbero mai arrivati – proprio come recitava tronfio il mio Whatsapp – ed io mi ritrovavo in un locale da solo con un Long Island in circolo,con qualche  desiderio di omicidio e sulle fantasie su come realizzarlo.

Potrei sintetizzare quello che è accaduto dopo in quattro fasi.

Fase 1: Beviamoci l’ultimo baluardo di dignità

Nell’istante in cui ho realizzato la mia solitudine ho deciso di vivermi comunque la serata, ma se c’è gente che beve per essere più disinibita quando è in compagnia di amici, figuratevi come può farlo uno che si ritrova nella mia situazione.  Al mio ritorno ci sarebbe stata una macchina a metano da guidare quindi – grazie ad un complesso sistema di calcoli – sono riuscito ad ingurgitare la giusta quantità di alcool per riuscire ad essere dignitosamente ebbro all’una del mattino e per poter velocemente ridiscendere sotto lo 0,5 grazie ad una piadina con salsiccia, porchetta, Andrea Alongi, provola,salsa piccante ed una manciata di scorie della Montedison. Il tutto unito a due litri di Té al limone pagato tre euro a lattina dal piadinaro di fiducia.

Fase 2: Gli interessamenti per tutte le persone più fatiscenti che incontri

No, non vi sto per cantare un pezzo de “La lotta armata al bar” di Vasco Brondi, semplicemente è quello che accaduto tra me, la mia solitudine e la mia gradazione alcolica.

Avete presente quella scena di Scrubs in cui Turk dice alle ragazze presenti in sala di togliersi la fede e all’improvviso, nel campo visivo di Jd, compaiono tutte le ragazze che prima non vedeva perchè erano già sposate e quindi non classificabili come potenziali tentativi d’amore?

Ecco, all’improvviso i miei occhi ebbero una definizione più focalizzata verso gli altri individui che, come  me, erano venuti a ballare da soli. Si trattava di persone che normalmente non avrei mai notato.  Ne provai ad avvicinare un paio con una frase di circostanza, ma mi concessero pochi parole un po’ scocciate in cui mi fecero capire che la loro serata era protesa esclusivamente verso l’incavo vaginale delle presenti.  Uno mi disse:”Le amicizie si fanno al bar”, credo di avere reso l’idea.

Fase 3: Ballare vicino a gruppi di amici per sembrare del loro giro

Direi che il titolo ha già detto tutto. Nonostante il buon grado di ebrezza, qualcosa dentro di me mi faceva pensare di essere ridicolo per essere in quel contesto sociale da solo; e ve lo sta dicendo uno che non si è mai fatto alcuno scrupolo ad andare a mangiare al ristorante o al cinema senza nessun altro al fianco.

Con modo anguillesco mi avvicinavo ai gruppi di amici per sembrare del loro giro, ma mantenendoi comunque ad una buona distanza di sicurezza. Nel caso una di quelle persone stia leggendo questo scritto ho solo una cosa da dire: no, non ci stavo provando.

Fase 4: legittimare la propria presenza solitaria

Ad un certo punto è sorto il dovere morale di legittimare al popolo di Facebook la mia presenza in solitaria. Feci un post in cui spiegavo grosso modo quello che ho narrato nell’incipit a tutti voi.

La mia desolazione ed il degrado pubblicato su Facebook con una faccia che sul momento pensavo mi rendesse carino

La mia desolazione ed il degrado pubblicato su Facebook con una faccia che sul momento pensavo mi rendesse carino

Allegai un improbabile selfie di cui tuttora mi vergogno, ma che per correttezza non ho cancellato dalle sporche mani dei social.


Al fin della fiera dunque cosa ho imparato da questa strabalciata esperienza?

Innanzitutto mi sono scoperto molto meno ‘libero’ di quanto pensassi. Sono saliti a galla tutti i preconcetti secondo i quali sarebbe sbagliato o socialmente ridicolo andare in un locale da soli. In America – mi diceva una volta un ragazzo conosciuto a Lille –  è la normalità uscire per locali senza compagnia ed eventualmente conoscere persone o limitarsi a stare in compagnia con se stessi.

Noi forse, me in primis, abbiamo ancora molto da imparare in merito.

Inoltre ho visto una tendenza, da parte delle poche persone a cui mi sono approcciato (esclusi gli altri ‘solitari’) a considerarmi strano solo perchè da solo, cosa di cui non facevo alcun segreto e lo dicevo apertamente nei discorsi.

Lo rifarei? Direi di sì, un po’ perchè non ho dovuto sottostare ad alcun ritmo imposto dagli altri compagni di serata: pausa sigaretta, fila per il bere, ballare in momenti in cui preferivo stare seduto e andare via troppo presto/tardi.

Rivivrei questa esperienza anche perchè mi sono scoperto molto più fragile e più predisposto a cadere vittima del giudizio di sconosciuti di quanto pensassi, e francamente faccio fatica ad accettarlo.

Insomma, per una volta almeno, andare a ballare ha permesso di indagare all’interno del mio carattere e questo non è un male.

Ma forse è solo merito dei Long Island.