silvio-berlusconi-programma-tv1  Lo hanno già dato per morto un sacco di volte, aspettiamo a piangere o festeggiare la sua scomparsa.

C’è poco da girarci attorno o da prendersi in giro. Anche la scorsa settimana, come innumerevoli altre settimane da vent’anni a questa parte, si è incentrata su di lui. Nel bene o nel male, il Cavaliere ha creato consensi, trascinato folle, unito (e spesso battuto) e suoi avversari e ha tenuto banco in ogni bar, bettola, sala da biliardo, salotto con o senza camino e pure in molte aule di tribunale del nostro Paese.

È senza dubbio lui il protagonista principale dello spettacolo chiamato II repubblica, uno spettacolo composto da moltissimi attori della I repubblica e che quindi, come il predecessore, ha subito la stessa fine ingloriosa. A lui verranno dedicate un giorno piazze, vie, ponti, scuole (forse scuole no se verrà confermata in cassazione la condanna in primo grado a sette anni per prostituzione minorile) e anche padiglioni d’ospedale. Del resto chi più di Berlusconi ha contribuito a risanare le casse della sanità acquistando ingenti quantità di farmaci? Magari solo di un tipo particolare, ma sempre di farmaci si parla. Semplice supposizione, ovvio, ma l’età è quella che è e, visto lo stile di vita che non comprende l’andare alla bocciofila o passare intere giornate a dare preziosi consigli agli operai sugli scavi, può anche essere legittima.

Ebbene dalle 17.42 di mercoledì 27 novembre 2013, il Cavaliere, quattro volte presidente del consiglio dei ministri, a capo di altrettanti governi per la durata complessiva di nove anni, un mese e ventidue giorni, presidente del Milan AC, proprietario di Mediaset, Fininvest, Il Giornale e non continuo l’elenco perché sennò finisce la settimana e siamo ancora qui a leggere l’editoriale, non è più onorevole senatore della Repubblica italiana. Tranquilli, sono sicuro che non si annoierà e saprà di certo come occupare il suo tempo libero. Non che la carica di senatore gliene occupasse poi molto, è noto per essere stato uno degli onorevoli più assenteisti di sempre.

In questi giorni, comunque, ancora una volta si è scatenata l’opinione pubblica, tra i pro e i contro, tra chi (e tra questi sicuramente c’è anche lui) lo ritiene un messia sceso sulla terra a salvarci e chi lo crede la reincarnazione di satana. Ciò che mi ha divertito di più, infatti, è stato leggere i giornali il mattino dopo. Un’esperienza sublime.

Voglio raccontarvi una storia, una storia che finisce proprio alle 17.42 di mercoledì 27 novembre 2013 ma che inizia molti anni prima. Il 1994? No! La mia storia inizia nel 1961 quando un uomo di venticinque anni, che sbarcava il lunario vendendo aspirapolveri porta a porta e cantando e suonando sulle navi da crociera (chissà se già allora pensava che questa esperienza di cabarettista e intrattenitore gli sarebbe tornata utilissima in futuro per confondere i capi di stato di tutto il mondo a suon di barzellette per poi farli firmare accordi vantaggiosissimi per il suo paese. Si perché sicuramente la sua era una tattica, parlava della mela che sa di fica e poi chiudeva qualche trattato internazionale. Lui aveva l’occhio lungo, altro che sempliciotti come Einaudi, De Gasperi, Berlinguer e tutti quei vecchi ruderi della I repubblica, noiosi e seri. Un po’ di allegria e che cazzo! E se la mela ti sa di culo, tu girala), si laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e decide di darsi all’edilizia. “Io mi sono fatto da solo” ama sempre dire il protagonista della nostra storia e, se lo dice lui che si è fatto, io ci credo. Sul “da solo” ho parecchi dubbi perché la nostra storia ci rivela che i primi terreni da lui acquistati, li ottiene con la garanzia del banchiere Carlo Rasini che, guarda caso, è il titolare della banca dove lavora un certo Luigi Berlusconi. Un omonimo? No, il padre. La Banca Rasini, però, può vantare altri clienti illustri oltre al nostro protagonista. Infatti usufruiranno dei sui servizi anche un certo Salvatore Riina, meglio conosciuto come Ziu Totò, e Bernardo Provenzano, detto Binnu o tratturi. Omonimi dei celebri capi mafia? No, in questa storia di omonimi non ce ne sono proprio.

Ok, direte voi, quella del Cavaliere è semplice sfortuna. Se in quella banca si sono serviti anche mafiosi non è certo colpa sua. L’importante è che non abbia avuto altri rapporti con la mafia, rapporti diretti. Vi lascio illudere ancora un po’ ma tra poco ci arriveremo.

L’ascesa di Silvio è appena iniziata. Siamo nel 1963 e, con il capitale di una società svizzera dal nome assolutamente impronunciabile (alla faccia del “mi sono fatto da solo”), fonda la Edilnord di Silvio Berlusconi & C. Non perde di vista l’amore e, dopo un fidanzamento brevissimo, sposa Carla Elvira dall’Oglio nel 1965. L’anno dopo e nel 1969 avranno due bambini, Marina e Piersilvio.

È ora di rimettersi al lavoro e nel 1968 sborsa tre miliardi di lire per comprare 712 mila metri quadrati di terreni. Lì costruirà Milano 2. Però ci sono le rotte aerei a mettere i bastoni tra le ruote, passano proprio sopra i suoi terreni creando un casino insopportabile! 1…2…3…puff! Rotte aeree spostate, il prezzo dei terreni lievita improvvisamente. Nel 1973 crea la Italcantieri e finalmente nel 1975 vede la luce il suo gioiello: Fininvest! Un anno prima un’altra idea geniale. Milano 2 è pronta ma questa cittadina deve essere un esempio per le altre, manca qualcosa che la renda speciale. Apre una tv privata via cavo! Nasce così Telemilano 58, potremmo definirla la madre della moderna Canale 5. È un uomo modesto però il nostro Silvio, e quindi, nonostante sia il proprietario di tutto questo ben di dio, preferisce non comparire da nessuna parte, intestando le sue società a casalinghe, notai, elettricisti e pure a un povero anziano cecoslovacco, colpito da un ictus, di 91 anni. Quale nobiltà d’animo. E pensare che i maligni definiscono questi beneficiare con il volgare termine di prestanome.

La famiglia cresce e il prestigio anche, è ora di cambiare casa e di trasferirsi in una dimora più consona al suo status. Succede che è in vendita, proprio in quel periodo, la famosa Villa Casati Stampa, conosciuta come Villa San Martino, ad Arcore. Come mai? La proprietaria della villa, si chiama Anna Maria ed è la figlia rimasta orfana di Camillo Casati Stampa che si è suicidato uccidendo anche la moglie. Una tragedia. Ma non è l’unica tragedia della giovane. A curare i suoi interessi, infatti, c’è un giovane di nome Cesare Previti (non è un omonimo, è quel Cesare Previti, ex ministro della difesa, più volte deputato, condannato per corruzione, attualmente svolge lavori socialmente utili), amico del nostro Silvio. Ebbene, solo la casa ha un valore di tre miliardi e mezzo, provate a immaginare se ci aggiungete una pinacoteca e una biblioteca oltre a immensi terreni tutto attorno, quanto deve aver sborsato il povero Cavaliere. Praticamente nulla. La povera Anna Maria si è stabilita in brasile e ha bisogno di monetizzare. Affida a Previti la vendita della casa e Silvio la acquista per 500 milioni di lire in azioni e da spalmare in più anni. Quando la sventurata cerca di convertire le azioni si trova in mano un mucchio di carta straccia, così il generoso acquirente si offre di ricomprarle le azioni per 250 milioni di lire, ed è questa la cifra che spende per dare un tetto, umile e modesto, alla sua famigliola. E pensare che i miei genitori, anni fa, hanno acceso un mutuo di duecento mila euro per una villetta. Provate a figurarvi la mia delusione quando, entrato nella casa, non ho trovato la mia biblioteca privata. Mi sarei rattristato anche per la mancanza della pinacoteca se solo all’epoca avessi saputo cosa diavolo fosse. Col senno di poi, credo che quel terribile momento segnò la fine della mia fanciullezza.

silvio-berlusconi--anteprima-400x325-285427La casa è grande, come abbiamo già accennato possiede una biblioteca e moltissimi terreni. Serve qualcuno che se ne occupi! Per i libri nessun problema, un compagno universitario di Berlusconi, Marcello Dell’Utri, è un noto bibliofilo, ci pensa lui. Ma per il resto? La brianza è terra di coltivatori e di campagna, sarà certamente impossibile trovare uno stalliere. Infatti dovranno andare fino in Sicilia per trovarne uno ed è proprio l’unico disponibile. Si chiama Vittorio Mangano ed è un tuttofare. Nel senso che fa proprio qualsiasi cosa! Dallo stalliere allo spacciatore al bombarolo al rapitore. In fondo impara l’arte e mettila da parte, dicevano gli antichi. Pensate la sfortuna del Cavaliere, gli serve uno stalliere (non c’è l’ombra di un cavallo a Villa San Martino ma metti che i figli crescendo vogliono fare equitazione? Meglio trovarsi preparati), e l’unico disponibile che trova è un mafioso. Silvio forse un po’ lo sospetta, perché nei due anni di permanenza ad Arcore di Vittorio Mangano e della sua famiglia, ogni tanto succede qualcosa: dall’esplosione di qualche bomba nella sua casa in Via Rovani nel centro di Milano alla sparizione di un ospite durante una cena, il suo migliore amico, un certo conte d’Angerio (anche se non è conte gli piace farsi chiamare così). È probabile, da uomo furbo qual è, che si accorge anche del fatto che ogni tanto i carabinieri vengono a prendersi il suo stalliere e a portarlo via per lunghi periodi (o lo portano in gita o lo portano in galera, le cose sono due). Quante grattacapi. Almeno, negli anni in cui da quelle parti i rapimenti da parte di Luciano Liggio (capo della mafia di Corleone) verso gli imprenditori potenti sono piuttosto frequenti, lui è la sua famiglia vengono miracolosamente graziati. Ogni tanto una buona notizia. Mangano, definito da Paolo Borsellino (proprio quel magistrato, non un omonimo) come la testa di ponte tra la mafia del sud e quella del nord, verrà condannato all’ergastolo nel maxi processo a Cosa Nostra. Ma questa è un’altra storia, come direbbe Lucarelli.

Siamo nel 1977 e, archiviata la brutta parentesi dello stalliere mafioso che finalmente se n’è andato, Silvio è libero di dedicarsi ancora una volta agli affari, insieme a Fedele Confalonieri, suo amico storico. Litiga però con Dell’Utri: l’ingrato vuole assumere un ruolo di manager alla Fininvest ma il Capo gli dice che ancora non è pronto. Le loro strade si separano per qualche anno e per il povero Marcello inizia una serie di sfortunati eventi e di incontri ancora più sfortunati. Questa sua via Crucis lo porterà a partecipare al compleanno di un noto mafioso senza conoscere nessuno degli invitati perché questi sanno solo ammazzare la gente e non hanno un minimo di educazione che li possa portare a presentarsi e, mentre è a Londra ad arricchire la propria cultura visitando una mostra sui Vichinghi, verrà costretto, credo con la forza vista l’esperienza precedente, a partecipare alle nozze di un tale Jimmy Fauci (sicuramente appartenente ai salotti più glamour della capitale), senza tuttavia conoscerlo perché nemmeno lui, in ottemperanza alle usanze di quegli individui, gli si presenta. Diventa anche amministratore delegato di un’azienda immobiliare e la porta alla bancarotta fraudolenta nel giro di qualche anno. Evidentemente il nostro Silvio non aspettava altro, adesso il curriculum dell’amico Marcello è completo: può diventare presidente e amministratore delegato di Publitalia 80, l’azienda che gestisce le comunicazioni della Fininvest. Adesso finalmente la famiglia è riunita, si può sgozzare il vitello grasso!

Silvio può essere fiero di se stesso. Nel 1977 è anche diventato Cavaliere del lavoro e decide di festeggiare come ogni uomo sobrio e discreto festeggerebbe. Compra il 12% delle quote de “Il Giornale Nuovo” di Indro Montanelli (si, è lo stesso giornale che adesso è diretto da Alessandro Sallusti, questa è una parte della storia che andrebbe vietate ai minori ne sono consapevole ma purtroppo il nostro racconto non sarebbe così avvincente senza qualche dettaglio horror). Ormai fa parte di un elite ed è giusto che si sappia. Allora si iscrive alla P2 (propaganda 2) del Gran Maestro Licio Gelli, pagando la quota di iscrizione di cento mila lire. Poco importa che in sostanza questa sia un’associazione con lo scopo di rovesciare la democrazia creando centri di potere occulti, lui è ingenuo, vede la crema della società italiana e vuole assolutamente farne parte, anche se non vi partecipa nemmeno. Infatti la tiene così poco in considerazione che dichiarerà successivamente di non essersi mai iscritto e se lo ricorderà solo quando verrà rinvenuta la sua tessera (1816) e si ricorderà di aver pagato l’iscrizione soltanto quando gli mostreranno la ricevuta di pagamento. Dopotutto cento mila lire che cosa sono? È facile dimenticare.

Un po’ meno facile da dimenticare sono i finanziamenti che riceve in quel periodo però. Dal 1977 al 1983 arrivano alla Fininvest 113 miliardi di natura sconosciuta. Davanti al pm Antonio Ingroia (non è un omonimo nemmeno questo, è lo stesso Antonio Ingroia che si è candidato alle ultime elezioni politiche ma che non è nemmeno entrato in Parlamento. Come vedrete nel proseguimento della storia, in quel posto i magistrati non possono entrare, discorso diverso vale per i ladri che sembra abbiano trovato un habitat ideale. D’altronde lo diceva anche Darwin che la specie che dura nel tempo è quella in grado di adattarsi all’ambiente circostante), si avvarrà della facoltà di non rispondere (sembra un film vero?). Il nostro protagonista è timido e riservato, non ci vuole rivelare i nomi dei suoi benefattori. Poi arrivano finanziamenti a valanga subito dopo l’iscrizione alla loggia P2. Da non crederci, è bastato spendere cento mila lire per ottenere svariati miliardi.

La timidezza cronica di Silvio emerge spesso, soprattutto di fronte alle forze dell’ordine. Il 24 ottobre del 1979, tre ufficiali della guardia di finanza fanno visita ai suoi cantieri e lui non vuole farsi credere un tipo vanitoso, quindi si presenta come un semplice consulente esterno addetto alla realizzazione di Milano 2 piuttosto che come il proprietario. Gli agenti riscontrano qualche irregolarità ma tornano a casa senza battere ciglio. Uno risulterà essere iscritto alla loggia P2 mentre un altro pochi mesi dopo troverà lavoro alla Fininvest e verrà successivamente eletto deputato tra le fila di Forza Italia. Coincidenze.

Fortunato negli affari e doppiamente fortunato in amore. È il 1980, siamo al teatro Manzoni di Milano e si sta esibendo una giovane artista, Miriam Bartolini. Silvio se ne innamora perdutamente (galeotto fu il seno che lei scoprì al culmine della sue esibizione) e inizia una storia d’amore clandestina con la giovane, conosciuta al grande pubblico come Veronica Alario.

È ora di spendere un po’ di soldi. Nel 1982 e nel 1984 compra Italia 1 e Rete 4. Mediaset è finalmente completa, si può fare seria concorrenza alla Rai. Il Cavaliere però probabilmente ignora che è vietato trasmettere tre emittenti private in diretta nazionale e tre pretori (Roma, Torino e Pescara) arrivano a ricordarglielo sequestrandogli le attrezzature che gli consentono la trasmissione in simultanea nelle loro regioni. In questo episodio, invece, piuttosto che la timidezza possiamo notare la memoria a breve termine del nostro protagonista. Infatti lui si auto oscura le proprie reti, si dimentica di averlo fatto e dà la colpa ai tre pretori dell’incidente. In quegli anni è capo dello stato Bettino Craxi, segretario del partito socialista, che, venuto a sapere della notizia, abbandona una visita di stato a Margaret Tucher in Inghilterra e vara immediatamente un decreto legge per ripristinare l’ordine naturale delle cose. Decreto dichiarato incostituzionale e non approvato la prima volta ma ben accolto la seconda volta sotto la minaccia di una crisi di governo.

Arriviamo al 1984 e la storia clandestina tra Silvio e Veronica esce allo scoperto. La donna infatti partorisce in Svizzera una bambina, frutto dell’amore segreto: Barbara. Silvio è contentissimo, riconosce la piccola e come padrino al battesimo sceglierà Bettino Craxi (il Bettino Craxi di prima, non un omonimo). Ovviamente le conseguenze sono prevedibili: Berlusconi divorzia da Carla Elvira e si sposa con Veronica. I testimoni di nozze saranno l’amico di sempre, Fedele Confalonieri, Bettino (ancora lui) e Anna Craxi e Gianni Letta (anche questo non è un caso di omonimia, è lo zio del nostro attuale presidente del consiglio. Adesso si è ritirato dalla scena politica dopo anni di onorata carriera, ci resta sempre il nipote giusto per non sentire troppo la mancanza).

La televisione c’è, la pubblicità anche, l’edilizia va alla grande ma Silvio inizia a mostrare segni di insofferenza, non è ancora soddisfatto. Ecco che nel 1986 decide di estendere i propri interessi al mondo dello sport. Non ha però alcuna voglia di iniziare dal basso e di fare gavetta, gli serve qualcosa di grosso e che sia a Milano. Compra il Milan e lo porta a essere la squadra super titolata che tutti noi conosciamo. Oltralpe, però, le persone non capiscono il suo talento e il suo fiuto per gli affari. Il nostro povero Cavaliere viene malamente trattato sia in Francia e in Spagna. Jacques Chirac lo manderà via in malo modo, definendolo “venditore di minestre” facendogli fallire l’operazione televisiva “La Cinq”. In Spagna compra Telecinco ma, convinto di essere ancora in Italia, acquista il 100% quando invece quei bruti spagnoli non permettono il controllo di più del 30% di un’emittente. Chissà poi perché tutte queste restrizioni.

Accantonate le delusioni estere, Silvio si concentra sull’editoria italiana. Il Giornale non lo soddisfa e intraprende una battaglia con l’imprenditore De Benedetti per l’acquisizione di Mondadori (che all’epoca controllava la stragrande maggioranza dell’editoria nazionale). Riuscirà a spuntarla ma sarà costretto a cedere all’avversario Repubblica e l’Espresso. Dicono che avrebbe troppo potere altrimenti. Intanto compra anche la Standa così da crearsi il proprio supermercato personale, non sia mai venga la crisi. La legge Mammì del 1990 gli consente la libertà che cercava con le sue reti televisive ad un piccolo prezzo però: deve cedere il Giornale. Il Cavaliere, a malincuore, se ne priva cedendolo al fratello Paolo. È chiaro che adesso è solo il mero proprietario quindi non è per nulla interessato alla testata e alla linea che Indro Montanelli intende seguire. Le loro strade sono nettamente separate, i maligni non possono pensare male. L’unico a pensare male sarà proprio Indro Montanelli quattro anni dopo (attenzione è un anticipazione del racconto), quando Silvio scenderà in campo in prima persona nella scena politica. Il grande giornalista è ormai anziano e ha la fissazione che, con la fondazione del partito Forza Italia, il Cavaliere intende imporre una linea politica ben definita al suo giornale, usandolo come un giornale di partito. L’età gioca brutti scherzi, Montanelli, ossessionato da queste paranoie infondate, decide di abbandonare il quotidiano fondato da lui stesso. Gli succederà Vittorio Feltri (l’horror ritorna ancora una volta a fare da sfondo al nostro racconto).

Nel frattempo il suo ego smisurato compie un ulteriore passo avanti. Un uomo di tale levatura non può farsi seppellire come tutti i comuni mortali in un cimitero qualunque. L’architetto Cascella (che successivamente presenterà Sandro Bondi al cavaliere, azione che purtroppo non è considerata come reato anche se io ci farei un pensierino) gli costruisce un mausoleo seguendo lo stile della tomba dell’antico faraone Tutankamon. I ricchi e i potenti sono eccentrici, si sa. Possiamo anche perdonargli qualche stranezza.

Nascono i suoi ultimi due figli, Eleonora e Luigi, la vita gli sorride e tutto va a gonfie vele. Gli anni novanta lo attendono. Saranno sicuramente anni splendidi, ricchi di successi imprenditoriali e di meritato riposo.                         

E invece no.

Qualcosa cambia bruscamente nella vita di Silvio. Siamo nel 1992 e l’Italia è attraversato da uno dei periodi più intensi della sua storia.

Al nord un pugno di magistrati sta portando avanti un inchiesta che durerà due anni e che avrà come risultato la caduta di tutti i partiti della cosiddetta I repubblica. Tra i componenti più in vista di questa squadra di bruti ci sono Antonio Di Pietro, Piercamillo Da Vigo e Gherardo Colombo. Nessun partito ne esce indenne, tutti quanti cadranno a uno a uno sotto il ciclone di “Tangentopoli” e finiranno indagati nell’inchiesta passata alla storia con il nome di “Mani Pulite”. Purtroppo anche il caro amico di Silvio, il padrino di sua figlia Barbara, il suo testimone di nozze, Bettino Craxi, verrà travolto dall’inchiesta e, dopo due condanne definitive (le altre verranno prescritte causa la morte dell’imputato), lo sdegno dei cittadini profondamente delusi dalla disonestà dei loro rappresentati (tangentopoli finirà con 1300 tra condanne e patteggiamenti e una finanziaria di 92mila miliardi di lire varata dal governo Amato e con il prelievo forzoso del sei per mille da tutti i conti corrente di tutti i risparmiatori), sceglierà di scappare in Tunisia sotto la protezione di Ben Alì prima del crollo della sua immunità di parlamentare.

È interessante notare come cambia la valutazione dei fatti in base a chi li commette. Normalmente quando una persona viene condannata e fugge all’estero per evitare l’arresto, viene definita giustamente con il termine di latitante. Ebbene, per quanto riguarda Craxi, l’uomo che ha portato il rapporto tra debito pubblico e Pil italiano dal 70% al 92% in quattro anni, essendo un uomo potente, amico di uomini potenti che controllano l’editoria e l’informazione, questo termine gli è stato accostato raramente. Hanno preferito definirlo esule. No! I Savoia erano esuli, perché noi li abbiamo mandati in esilio dopo la seconda guerra mondiale. Craxi era un latitante, giusto per essere chiari.

Farebbe bene a ripassare la lezione il signor Vittorio Feltri (sempre quello citato prima, quello che ha sostituito il paranoico Montanelli alla guida de Il Giornale) che, sono sicuro senza malizia e in assoluta buona fede, all’indomani della decadenza del senatore Berlusconi (anche questa è un’anticipazione della nostra storia) lo ha descritto in questo modo: “Vittima. Come si potrebbe diversamente definire un uomo ch3 da venti-anni-venti viene scazzottato nei tribunali, poi condannato, poi costretto ad ascoltare il tintinnio delle manette, a leggere articoli che raccontano di magistrati intenti a predisporre il suo arresto, obbligato a schivare una pioggia di sputi?”  La risposta è molto semplice e ce la regala il vocabolario della lingua italiana che, a differenza di alcuni personaggi, non fa distinzione tra potenti e poveracci. Chi viene condannato in tribunale si definisce “colpevole, criminale, fuorilegge”. La vittima è chi subisce il torto dal colpevole semmai, non chi viene condannato da un giudice.

Al sul la mafia sta mettendo sotto scacco il Paese mettendolo letteralmente a ferro e fuoco. Sono gli anni delle stragi, della morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, due magistrati, due eroi, due uomini. Dalla Sicilia al resto della penisola il passo è breve e allora iniziano anche le stragi nel resto d’Italia, da Firenze a Roma, vengono colpiti anche i monumenti. Poi tutto cessa di colpo. Non si sa ancora bene il perché ma con l’inizio della II Repubblica, terminano le stragi di mafia.

Ed ecco che arriviamo a Silvio che ha deciso di non essere egoista: vuole mettere il suo talento e tutte le sue capacità al servizio di tutti gli italiani. L’Italia è il paese dove è nato, il paese che ama. Verrebbe da chiedersi cosa avrebbe fatto allora se l’avesse odiato questo Paese. Già nel maggio del 1992 (piena bufera di Mani Pulite) convoca, con il fidato Marcello Dell’Utri, un esponente della DC, Ezio Cartotto, per studiare un piano politico che culminasse con il suo ingresso sulla scena pubblica. Fedele Confalonieri non viene reso partecipe per un semplice motivo: è convinto che non possono far politica senza prima vendere le loro televisioni. Silvio non perdona il peccato di ingenuità. Nel novembre dell’anno dopo fa la sua apparizione politica, sostenendo Gianfranco Fini come candidato sindaco di Roma contro l’avversario Francesco Rutelli. Crea una coalizione composta da Forza Italia (il suo partito e di Dell’Utri), MSI di Fini e Lega Nord di Umberto Bossi (lo stesso Bossi che ha iniziato al grido di Roma ladrona e ora è indagato con tutta la famiglia per un’appropriazione di 40 milioni di euro, il potere trasforma tutti evidentemente). In pochi mesi compie il miracolo che solo un uomo con le sue doti (e i suoi mezzi) può compiere: il 20 maggio 1994 diventa presidente del consiglio dei ministri. È pronto a servire il proprio paese. Cerca di convincere Antonio Di Pietro e Piercamillo Da Vigo (i magistrati simbolo di Mani Pulite con i quali lui si era apertamente schierato) a diventare ministri dell’Interno e della Giustizia, ottenendone però un rifiuto. Devono averlo trattato davvero male però, perché da allora il Cavaliere li attaccherà in ogni modo possibile e immaginabile.                    

Ha molti progetti in mente il nostro Silvio. Però dopo un condono fiscale e un condono edilizio Bossi, che adesso è diventato un “ubriacone da bar, un individuo dalla doppia personalità, anzi tripla e con il quale non c’è da sedersi nemmeno allo stesso tavolo”, toglie la fiducia al suo governo, in dissenso con la riforma sulle pensioni ritenuta eccessivamente gravosa per le spalle degli italiani. L’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, gli chiede di indicare un successore che possa traghettare il paese alle elezioni. Silvio indica il suo ministro del Tesoro, Lamberto Dini, poi ci ripensa ma ormai il governo ha ottenuto la fiducia. Per lui sembra essere la fine. Dopo soli otto mesi, la fortuna gli ha voltato le spalle, la politica non lo vuole più. Ad aggravare la situazione interviene un altro colpo di amnesia che lo spinge a convincersi che il suo governo è caduto per colpa di un avviso di garanzia che lo ha raggiunto mentre era a Napoli per il G8. Peccato che a Napoli non c’era il G8 ma un convegno internazionale sulla criminalità (avrà partecipato come esperto sul campo) e non era un avviso di garanzia ma un invito a comparire. Però il Cavaliere non è solo. Recentemente Walter Veltroni, suo acerrimo nemico dichiarato, ha sostenuto che il governo Berlusconi cadde grazie al suo partito e alle manifestazioni organizzate in collaborazione con la CGIL. Manifestazioni svolte nel 2001 però. Romano Prodi vince le elezioni successive. I suoi alleati lo hanno sfiduciato, non può salvarlo nessuno. Prodi è l’unico in grado di sconfiggere Silvio alle urne ma non ha fatto i con i suoi avversari peggiori: gli alleati! Si apre un dialogo, la bicamerale, tra Massimo D’Alema e Berlusconi per affrontare la riforma della giustizia. Dialogo che lo riporta al centro della scena politica e che lo salva da morte definitiva. Grazie Sinistra italiana (prima volta).

Alle elezioni del 2001 Silvio è pronto. Si presenta al programma televisivo Porta a Porta di Bruno Vespa e stipula con tutti gli italiani un contratto diviso in cinque punti dove promette di non ricandidarsi se almeno quattro punti non saranno stati rispettati (è strano promettere cinque cose con la consapevolezza che almeno una non verrà mantenuta, una specie di “trova l’intruso”). Vince le elezioni stringendo le stesse alleanze del suo primo governo. Fino al 2005 sarà Presidente del Consiglio, un record assoluto.

In questi anni riforma la giustizia italiana (sfortunatamente alcune di queste leggi faranno cadere in prescrizione alcune condanne e ne cancelleranno altre perché i fatti commessi non saranno più considerati come reati ma è assolutamente casuale la cosa), viene varata la legge elettorale “Porcellum” chiamata così perché definita “una porcata” dal ministro Calderoli (che in fondo è solo l’autore della legge), appoggia la guerra in Iraq (l’Italia ripudia la guerra come strumento d’offesa ma sono dettagli) e viene varata la legge Gasparri che permette a Rete 4 di non finire sul satellite e di restare in chiaro. Si abolisce però anche il servizio di leva, viene istituita la patente a punti e viene elargito alle famiglie il famoso bonus bebè per ogni primogenito. Un governo dalle mille sfaccettature che riesce ad arrivare fino al termine del proprio mandato, schivando le innumerevoli insidie preparate dall’opposizione. Inizia in questi anni una lunga raccolta di alcune massime del nostro Presidente che, al pari dei suoi predecessori, vuole lasciare la sua impronta. Quindi libero spazio alla fantasia con frasi tipo “Mussolini non ha mai ucciso nessuno, anzi mandava gli oppositori in vacanza al confino” (dittatura fascista? Non qui da noi), oppure “Alla RAI non sposterò nemmeno una pianta” (Biagi, Santoro, Luttazzi chi?). Anche nuove verità che non sarebbero mai venute alla luce senza il contributo del nostro eroe. Chiunque pensasse che le torri gemelle fossero state abbattute da Al Quaeda o da un complotto interno agli USA dovrà ricredersi. L’attentato alle torri gemelle, ci spiega Silvio “è opera del comunismo”. Alla fine dei cinque anni i punti del contratto non vengono rispettati. Silvio si dimentica e si ricandida. Avversario politico: Romano Prodi. Ne esce nuovamente perdente anche se per una manciata di voti.

Ancora una volta il povero Prodi avrebbe fatto bene a studiare la storia che insegna che i primi traditori sono le persone a noi più vicine. Veltroni (si, l’acerrimo nemico) cerca un dialogo con Berlusconi sulla legge elettorale che crei un bipartitismo eliminando i partitini sui quali però si regge la maggioranza del governo. Il primo a rendersi conto del pericolo è Clemente Mastella (non è un parente del vitello grasso citato all’inizio della nostra storia, non lasciatevi ingannare dalla somiglianza), che nega la fiducia a Prodi facendolo cadere. Veltroni chiede a Silvio il sostegno per un governo tecnico che porti alle elezioni ma la superiorità politica di Berlusconi riemerge. È in vantaggio nei sondaggi, nuove elezioni, vittoria schiacciante e ciao Valter, salutaci l’Africa. (Grazie sinistra, seconda volta).

Siamo all’8 maggio 2008, inizia il suo quarto governo che conta su una maggioranza vastissima. Lui è Fini si sono riuniti in un unico partito, il Popolo Delle Libertà, nemmeno l’opposizione più agguerrita può fermarlo. La sinistra è impotente e Silvio vuole ricambiare i favori che i suoi nemici gli hanno gentilmente fatto in tutti gli anni precedenti. Cerca di auto sabotarsi in ogni modo possibile. Fa le corna durante eventi internazionali, si fa coinvolgere in scandali sessuali, organizza cene a luci rosse, commette abusi d’ufficio per far liberare minorenni dalla questura ed affidarle a prostitute, colleziona avvisi di garanzia (i francobolli erano noiosi), insomma le prova tutte ma niente. La sinistra non riesce ad affossarlo. L’unica cosa che affossa è il nostro Paese, lui no.

silvio-berlusconi1La storia è maestra di vita ma solo per chi vuole ascoltare. Silvio vedeva come nemici gli oppositori politici, i magistrati e i giudici che considera “Pazzi, mentalmente disturbati, antropologicamente diversi dal resto della razza umana” e, invece, a dargli la pugnalata che lo costringerà alle dimissioni sarà Gianfranco Fini, il primo politico che lui ha sostenuto pubblicamente (con Craxi si limitava con affetto e assegni). Il 16 novembre 2011 rassegna le dimissioni davanti al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Non ci saranno elezioni immediate, il paese verrà guidato da un governo tecnico presieduto da Mario Monti, per cercare di risolvere la delicatissima crisi finanziaria dilagante. Siamo nel 2013 e abbiamo ancora le tasche vuote, non è difficile capire se la missione è stata compiuta o meno.

Però Silvio ha due anni per nascondersi dietro i suoi alleati, recuperare le energie e tornare davanti agli elettori due anni dopo, sperando che l’amnesia sia una patologia tipicamente italiana. È fortunato, riesce a risollevare il partito, perdendo comunque le elezioni ma evitando la disfatta. La volontà del Presidente della Repubblica (sempre lo stesso, i governi cadono ma lui no) di ricorrere alla strategia delle “larghe intese” (nulla di nuovo insomma) e l’ingenuità dimostrata dal nuovo schieramento neo eletto in parlamento, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo hanno fatto il resto: un governo sostenuto dalla stessa maggioranza del precedente, che aveva fatto una fine decisamente fallimentare.

I magistrati non gli danno pace e l’1 agosto uno dei ventiquattro processi in cui si è ritrovato coinvolto nelle vesti di imputato (lui si confonde sui numeri, a volte dice cento, a volte ottanta, insomma solito caso di amnesia, che però interviene sempre per eccesso) giunge al terzo e ultimo grado di giudizio (in sette processi verrà prescritto, in altri sette assolto ma in uno grazie a una falsa testimonianza e in altri due per la cancellazione del reato durante i suoi governi), condannandolo a quattro anni di reclusione (tre gli verranno sottratti per effetto dell’indulto voluto da Clemente Mastella nel 2006, grazie Sinistra, terza volta) con l’accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. Il 27 novembre, quasi quattro mesi dopo la sentenza, il parlamento cala il sipario sull’avventura politica di un uomo che tanto ha dato e a cui tutti noi desideriamo concedere un po’ di meritato riposo. Sotto sorveglianza magari.

Voglio chiudere con una citazione del maestro Indro Montanelli che, agli inizi della carriera politica di Berlusconi, aveva profetizzato che, in caso di sua vittoria, per almeno vent’anni non sarebbe stato possibile usare la parola “destra” qui in Italia. Credo che in questo caso il maestro non abbia visto abbastanza lontano perché non ha tenuto conto dei possibili successori del Cavaliere. Bondi, Gelmini, Carfagna, Brunetta, Alfano, Cicchitto, Gasparri, La Russa e tutto il resto della compagnia, sono certo che, a dispetto di ogni previsione, faranno rimpiangere amaramente il loro predecessore. Così come i successori di Berlinguer (Letta, Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, ecc) fanno rimpiangere gli statisti del passato.

Prendendo spunto da Montanelli mi sento di dire che grazie alla classe dirigente che abbiamo avuto negli ultimi trent’anni, la parola “politica” non potrà essere citata per molti, molti anni a venire. La nostra unica via di fuga è continuare a crederci, votare, sperare ed esercitare quello che Gherardo Colombo chiama “il vizio della memoria”. Evitando le amnesie.

Sperare nella morte (politica) di tanti fratelli Silvio che ancora godono di ottima salute.