di Federica Alberghini

Tra le bugie con cui il marketing ci ha modellate, c’è la convinzione che l’usa e getta sia la scelta migliore. Nell’era della pubblicità globalizzata, persino le battaglie per i diritti legati alla nostra biologia sembrano architettate al preciso scopo di negare i bisogni primari: siamo animali, siamo mammiferi, siamo persone. Abbiamo bisogno di parità, di uguaglianza sociale, di dignità; abbiamo bisogno di un habitat, di aria da respirare, di risorse a cui attingere. 

Eppure, una parte fondamentale di quello che siamo viene sistematicamente negata, come un vergognoso deficit, un difetto imbarazzante da seppellire sotto montagne di sprechi. 

Solo in Italia, ogni anno vengono “smaltite” in discarica circa 450mila tonnellate di assorbenti

Certo, non si tratta di una grossa percentuale dei rifiuti solidi urbani: 2,5%. Dato spesso ribadito per sostenere che il problema ambientale è sicuramente dovuto ad altro. 

Finché ci saranno tanti rifiuti da altre fonti, non riguarderà noi, individui biologicamente femmina. Per negare un dato spaventoso, se ne usa uno ancora più agghiacciante. 

Eppure basta fermarsi a riflettere, per realizzare che il discorso non regge. E i motivi sono alla portata di tutte noi. 

Le frequenti discussioni via social attorno all’impatto ambientale delle mestruazioni e ai prodotti riutilizzabili seguono sempre lo stesso desolante copione:  “Non è igienico”, “È scomodo”, “Ogni donna è diversa”. 

Non è igienico 

La fissazione che “Igienico” sia sinonimo di “Confezionato”, è insensata. La vita quotidiana chiarisce che si tratta di un vero condizionamento per piccioni: usiamo e laviamo biancheria, non compriamo mutande sottovuoto buttando ogni giorno quelle usate, non laviamo le mani dopo aver estratto l’assorbente dalla confezione presa da uno scaffale di supermercato. 

Tale condizionamento, sostenuto dalla pubblicità, si spiega tornando all’epoca in cui gli assorbenti usa e getta si sono diffusi: anni ‘60, generazioni cresciute durante o poco dopo la guerra, con il bagno spesso fuori casa. L’acqua pulita non era scontata, figuriamoci una lavatrice, o disinfettanti. 

A oggi, la nostra distorta visione dell’igiene impedisce di mettere a fuoco gli altissimi standard a cui arrivano le nostre abitazioni, solo con quello che consideriamo il minimo indispensabile.

Il disgusto all’idea di infilare in borsa un assorbente da lavare è irrazionale: come se una busta con zip non fosse sufficiente, come se il sangue mestruale non fosse meno ricco di batteri di qualunque fazzoletto abbandonato tra chiavi e portafogli. Come se le nostre borse non fossero tra le cose più sporche che tocchiamo. Come se fosse meglio la frollatura nel cestino del bagno.

È scomodo 

Obiezione tipica di chi non ha mai sperimentato il riutilizzabile, o ne ha provato uno, sgradito, senza esplorare oltre. Come se non fosse capitato a tutte di trovare scomodi prodotti usa e getta, cambiando scelta la volta successiva. 

È vero: il riutilizzabile ha un prezzo più alto, ma anche provandone più d’uno la spesa verrebbe compensata nel giro di pochi cicli e il risparmio si protrarrebbe per tutta la vita del prodotto (almeno 5 anni è l’indicazione più frequente). 

Pare anche presente la sotterranea certezza che i riutilizzabili siano arcaici attrezzi, schifati dal progresso. Ovviamente non è così: le pezze delle bisnonne scordatele: i materiali e la comodità sono al passo coi tempi. 

Ogni donna è diversa 

Gli esseri umani non sono originali quanto amano credere. Che una donna stia più o meno in piedi, più o meno fuori casa, più o meno in movimento, esistono riutilizzabili per ogni situazione, o quasi. Inoltre, non è una religione: si può benissimo passare da una categoria all’altra a seconda di luogo o momento. In bagno ogni 2-3 ore ci finiamo tutte, non c’è diversità che tenga (salvo con la coppetta: ne tiene almeno cinque). 

Ovviamente esistono specificità, per salute, reddito e altro, che vanno trattate a parte, come si fa correntemente per i casi particolari.

La battaglia per l’uguaglianza che passa per il costo degli assorbenti non è un argomento isolato, ma parte di un mosaico complesso. E, più di ogni altro tassello, riassume il legame innegabile tra modernità e natura. 

Pretendiamo educazione per colmare i baratri in cui la condizione femminile si intrappola, e proprio per questo dovremmo avere l’onestà di cominciare dalla nostra, e riconoscere cosa ci mette a rischio come donne, come esseri umani e come mammiferi. Come parte di un sistema organico di cui continuiamo a forzare i limiti. Nessun discorso esclude l’altro, nessun tassello forma un quadro da solo. 

Dovremmo pretendere riutilizzabili gratuiti o calmierati o senza IVA, spostare la direzione del progresso a vero beneficio di tutti. Il problema rimane la nostra ritrosia a imparare e ammettere come stanno davvero le cose: non possiamo sperare di migliorare la condizione delle donne, se partecipiamo a peggiorarla per tutta la specie. 

Per questo, la discussione dovrebbe prendere un ampio e realistico respiro, anziché finire soffocata in discarica.