L’Emergenza sanitaria scoppiata al dilagare del Coronavirus ha portato ogni singola città di ogni singola regione ad adottare interventi estremi che vanno a limitare e modificare la nostra quotidianità. L’obiettivo è di controllare, con misure rigide, i contatti e quindi la diffusione del Coronavirus, cercando di alleggerire le strutture sanitarie ormai al collasso. 

Tra i nostri coetanei non c’è solamente chi sta passando la quarantena sigillati tra le mura domestiche. Infermieri e medici stanno vivendo in prima linea questa pandemia globale. Turni massacranti, materiale sanitario in esaurimento e strutture allo stremo.

L’Emilia-Romagna è la seconda regione in Italia per numero di contagi e decessi, e Ferrara ha il rincuorante stato di avere indici più bassi della regione. Ma anche qui, lo staff sanitario è in trincea.

Abbiamo avuto la possibilità di fare qualche domanda a una nostra coetanea e cara amica che qualche anno fa era insieme a noi sulle scale del Duomo a ridere e bere qualche birretta raccontandoci a vicenda le pressioni della vita universitaria. Tra il trambusto e il brusio di sottofondo di chi parlava e di chi si improvvisava cantante, nulla era più bello di sentirsi liberi come in quel momento.

Nessuno dei presenti, immerso in quella leggerezza che faceva da padrona e il disordine delle stelle che completavano la maestosità del Duomo, avrebbe mai pensato di come sarebbe stato vivere in mezzo a una pandemia globale. Sicuramente neanche lei avrebbe mai pensato di ritrovarsi in questa situazione estrema a lottare ogni giorno contro un nemico invisibile.

[L’intervista è anonima]

Da quando è scoppiata l’emergenza Coronavirus cosa è cambiato per voi infermieri?

È cambiato il modo di lavorare in termini di benessere, attività, relazioni con i pazienti, relazioni con i famigliari.

Fatica fisica per i dispositivi di protezione individuale (DPI) che utilizziamo per l’assistenza sono di materiale non traspirante (non abbiamo più solo la nostra divisa in cotone!) che ci fanno sudare all’inverosimile: anche camminare o eseguire pratiche comuni diventa motivo di maggiore affanno. 

Sono cambiati i piani di lavoro perché l’assistenza che richiede questa tipologia di paziente prevede sempre un infermiere che acceda all’utente/stanza e uno sempre pronto in supporto all’esterno. Si definiscono brutalmente “l’infermiere sporco” e “l’infermiere pulito”. Questo aspetto è una diretta conseguenza della necessità di limitare gli accessi e le esposizioni degli operatori, nonché la diffusione del virus negli ambienti di pertinenza del personale. 

Le porte delle stanze sono sempre chiuse: è necessario un controllo maggiore da parte nostra per la supervisione del paziente stesso, oltretutto anche l’acustica di allarmi è ridotta. I nostri assistiti non sanno distinguerci: siamo tutti uguali, tutti bardati da capo a piedi!  

Il reparto è chiuso. Porte chiuse. Non accede più nessuno eccetto il personale dedicato. 

I famigliari sono esclusi dall’unità operativa e l’unico modo che hanno per comunicare con i loro cari è telefonando ai nostri numeri di telefono. 

Avete adeguati dispositivi di protezione e credi di essere sufficientemente protetto?

Ci è stata garantito prima dell’apertura del reparto covid, la formazione per le procedure di vestizione e svestizione, anche se nella realtà dei fatti ci siamo trovati molto in difficoltà all’inizio. Sono a nostra disposizione: copricapo, mascherine ffp2/3 e semplici chirurgiche, sovracamice, calzari, guanti e visiere.  Ciò nonostante le forniture dipendono sempre dall’approvvigionamento aziendale. 

So di averli e di poterli indossare, ma c’è sempre timore di un lieve passaggio d’aria nella mascherina o che si esauriscano le scorte o che nelle manovre di svestizione si sbagli qualche passaggio che porti alla tua contaminazione. 

Hai avuto pazienti affetti da Coronavirus? 

Tutto il mio reparto è dedicato a pazienti Covid19 positivi. 

Quali sono i sintomi?

I pazienti presentano: tosse persistente, febbre alta costante, astenia, inappetenza, fino a grave insufficienza respiratoria, che necessita l’utilizzo di ventilazione meccanica non invasiva o alti flussi di ossigeno. 

Siete a conoscenza del numero di infermieri e medici affetti da Coronavirus? Hai avuto colleghi affetti?

No. Ma se ci fanno il tampone, secondo me lo siamo tutti! (rido per non piangere) 

Secondo te perché Ferrara ha una percentuale di contagiati così bassa rispetto al resto della regione? 

Probabilmente per una percentuale elevata di anziani che già nella loro quotidianità precovid rimanevano in casa e i contatti sono rimasti circoscritti alla città stessa. 

Tra i tanti, qual è stato il momento più difficile che hai dovuto affrontare?

L’inizio è stato difficile da accettare, è una realtà molto complessa. Ad oggi ogni turno di lavoro è complicato. Speravamo di non dover arrivare a questo punto. Sembra di essere in un film e la paura più grande è che ci vorrà molto prima di tornare alla normalità. 

Hai un’occasione per dire qualcosa alle migliaia di persone che ci leggono. Cosa gli vorresti dire? 

Non ho scelto di lavorare in un reparto covid, mi è stato imposto e ho rispettato queste decisioni. Come l’ho fatto io, tutti voi dovete prendere coscienza della situazione e rispettare ciò che vi viene chiesto di fare. Ognuno deve fare la sua parte. 

Ci sono persone che stanno davvero tanto male, giovani o anziani indistintamente, può succedere a tutti. 

Hai paura?

Tantissimo, tutti i giorni, anche quando sono a casa.