Venerdi 2 Ottobre presso il Cinema Apollo si è svolta una conferenza riguardante la tematica afghana, il tutto nella splendida cornice del festival di Internazionale, giunto alla sua nona edizione.

La scelta di questa tematica, nonostante il nome riporti a mondi lontani, è molto attuale e vicina a noi. Come ospiti e relatori vi erano Mujib Mashal (giornalista afghano), Joel van Houdt (fotogiornalista olandese), Nargis Nehan (membra di associazioni umanitarie in Afghanistan, non presente fisicamente ma in diretta Skype) e la giornalista di Internazionale Junko Terao.

In precedenza vi ho accennato che la questione afghana è qualcosa di attuale, infatti pochi giorni fa le forze talebane hanno conquistato Kunduz, una città nel Nord del paese, dopo più di due anni di tentativi. Prima di parlare del presente è meglio però fare un quadro generale della storia recente di questo paese.

L’Afghanistan negli ultimi 25 anni è stato una sorta di melting pot di forze militari provenienti dalle più disparate zone del globo, a partire dal conflitto tra sovietici e locali, questi ultimi finanziati di denaro ed armi dal governo USA. Proprio gli americani nel 2001, hanno dato il via ad una missione di “aiuto umanitario” che aveva lo scopo di impedire alle forze islamiche più radicali del paese di prendere il potere. Dopo 14 anni e vari ritiri di altri eserciti, nel 2016 l’ultimo contingente di militari americani tornerà in patria. Quali scenari si apriranno in seguito a questa scelta è quello che si sta chiedendo tutta la comunità internazionale.

Oggi l’Afghanistan si presenta come uno stato estremamente fragile, sia dal punto di vista politico che economico. Come ha infatti ribadito Nehan Nargis, nell’ultimo anno vi sono state tre grandi transizioni per il popolo afghano: una di tipo militare (gia citata in precedenza), una di tipo economico (i risultati dell’abbandono) e, soprattutto, una di tipo politico: le elezioni in cui gli afghani riponevano grandi speranze, poi andate in fumo.

Sembra strano dirlo ma perfino in Afghanistan si parla di fuga di cervelli: infatti le ultime migrazioni stanno allontanando dal paese menti promettenti. Negli ultimi anni si è arrivati perfino alla presenza di blogger femminili che trattavano temi di attualità totalmente diversi da quelli dei quotidiani più importanti ed il governo di Kabul ha investito su scuole e bambini. Tutto questo “progresso” sarà dunque dovuto alle presenze straniere? La giornalista afghana risponde di si.

Vedere uno stato, sebbene lontano a noi sia dal punto di vista geografico che culturale, in uno situazione così fragile non può che lasciarci perplessi, specialmente pensando alla facilità che potrebbero avere altri movimenti estremisti come l’Isis a prendere il potere.

Come sarà l’Afghanistan tra 10 anni non so dirvelo e purtroppo non so nemmeno cosa resterà di quello che qualcuno chiama “progresso”.