Il microcosmo musicale ferrarese rispecchia in pieno la enorme onda sonora proveniente da qualunque parte del mondo, solo che c’è sempre stata una differenza, a Ferrara una moda può durare anche anni, mentre altrove è già passata. Può sembrare azzardato? O magari una provocazione bella e buona, buttata li, per rompere le scatole al lettore medio, ma in realtà non è mia intenzione, mi baso su fatti realmente accaduti a cui spesso, ahimè, sono stato anche partecipe.

Aggirandosi nell’ambiente musicale, circa 5 o 6 anni fa a Ferrara la faceva da padrone, ed ancora c’è ne portiamo gli strascichi, il metal. Non era difficile, se ci si addentrava in via Saraceno, all’altezza di un pub chiamato “La Corte” (tutt’oggi presente ma con un atmosfera ed una gestione totalmente diversa) trovarsi davanti uno spettacolo degno del miglior film anni ’80: capelli lunghi alla Kurt Russell in “1997: fuga da New York”, giubbotti di jeans pieni di toppe di gruppi, spesso semi-sconosciuti, magliette nere con loghi di band a perdita d’occhio e fiumi di birra.

Come faccio ad esserne così sicuro? C’ero anch’io. Proprio in quegli anni muovevo i primi passi nell’enorme mosaico musicale ferrarese e per iniziare volevo proprio fare quello. Ok, i capelli lunghi non li avevo, ma ero un certo esempio di “tamarrezza”, senza dubbio. La maggior parte dei giovani in quegli anni volevano sfondare facendo quel genere, imponendosi spesso, da subito, qualcosa di assolutamente prestabilito, infatti, tra gli annunci delle sale prove, si leggeva spessissimo: “cercasi tal musicista per fare questo genere” e di solito questo genere era talmente preciso e di nicchia da lasciare poca fantasia alla composizione, sicuramente. Insomma, tra i giovani musicisti dell’epoca, chi aveva inciso un cd di musica brutale era davvero uno che c’è l’aveva fatta.

Tutto questo durò circa 3/4 anni, un tempo molto lungo per una moda, ma qualcos’altro stava venendo fuori, qualcosa di meno impegnativo, altrettanto aggressivo all’ascolto, spesso, e molto piú facile da reperire e da suonare, la musica elettronica. Insinuatasi vigorosamente in poco tempo nei meandri della musica Ferrarese, la musica elettronica ha spopolato e tuttora spopola, rendendo suoni computerizzati, bassi distorti e batterie in quarti, all’ordine del giorno. Stavolta il panorama era cambiato, via i giubbottini pieni di toppe, via i capelloni alla James Hetfield dei primi anni nei Metallica, benvenute maglie da baseball o basket durante i concerti e le serate in discoteca, pantaloni sgargianti sul palco e cappelli con visiere enormi. Tutto si comprimeva, anche i vestiti, e la musica veniva sparata a volumi “crepatimpani” anche nelle più pacchiane sagre di paese. I piercing regnavano sui nasi e sulle lingue di tutte o sulle sopracciglia degli uomini più alternativi. No, di questo mondo e di questo genere decisi di non farne parte: “ma neanche un tatuaggetto?” no, poi cambio idea sul disegno ogni 5 minuti.  L’elettronica va ancora forte oggi, sia tra i più giovani, vedi i pienoni del Delirium Party, che tra i più adulti, magari con moderazione. Non sapete quanto mi fa strano rivedere i vecchi metallari convinti, di qualche anno fa, nelle foto random su Facebook delle discoteche di Ferrara. Certo che, in ogni caso, bisogna ammettere che qualcosa si è sempre contrapposto alla musica elettronica, la cosiddetta musica indie. Solo che quelli che si professavano Indie in realtà non avevano ben capito cosa indie volesse dire. “Indie” in gergo musicale, significa Indipendente, chi pubblica musica senza vincoli contrattuali, nella più totale auto-produzione, e questo come può influenzare lo stile di presentazione di una persona? Cioè, se sei Indie, devi davvero vestirti come uno degli Oasis ad inizio carriera? Stando alla definizione più consona di “Indie”, anche il penultimo album di inediti di Renato Zero era autoprodotto e quindi Indie,  ma non vedo quasi nessuno che osanna il Renatone Nazionale e va in giro conciato da vero “sorcino”. Ed ora? Cosa c’è da aspettarsi ora? Cosa diventerà di moda? Sarà un’ altra moda che a Ferrara durerà, come sempre, anche troppo? Ho sentito, da qualche parte, che il Retrò, il Vintage, l’old Style sta tornando moltissimo: volete dirmi che rivedremo musicisti sul palco indossare sempre più spesso mocassini con calzini bianchi, pantaloni a vita alta, camicia abbottonata fino all’ultima asola del collo e capelli alla Ricky Cunningham? In realtà, mentre sorseggio una camomilla in piena notte, ascoltando nelle cuffie un album di Sam Cooke, intervallato da virtuosismi pianistici di Ray Charles e canzoni di Billy Joel, mi ritrovo a pensare: “ottimo, per i prossimi 4 o 5 anni, sono già a posto”.