Foto di Luca Gavagna

Continuano gli appuntamenti con Ferrara sotto le Stelle con l’unica data italiana della band di Seattle: Fleet Foxes.

Sono passati 6 anni da quando la band americana fece uscire l’album Helplessness blues, un tempo che poco si confà con la velocità voluta ai giorni nostri dal mercato discografico, un’attesa che ha ripagato i fan con l’ultimo lavoro, uscito qualche settimana fa: Crack-Up.

Ma cosa è accaduto ai Fleet Foxes nel lasso di tempo che ha separato l’uscita dei due lavori?

A spiegarlo alla stampa è stato lo stesso cantante:

Dove sono stato? Abbiamo suonato per un anno, poi ho viaggiato per conto mio per un altro anno. Ho studiato per quasi tre anni alla Columbia University, a New York. Ho imparato a fare surf… Siamo stati tutti impegnati in progetti diversi, ma ho continuato a scrivere canzoni. Ho imparato molto in questo periodo, soprattutto che ci sono cose importanti oltre ad essere un bravo cantante o musicista. Essere stabile, non troppo insicuro. Essere una persona migliore. Tutte cose che tornano nella musica. Ho avuto brutte esperienze in passato: stare in tour o in studio quando non hai le idee chiare può essere davvero faticoso e destabilizzante. Questa volta avevo una sceneggiatura pronta per l’album prima di entrare in studio.

Nel 2011 i Fleet Foxes suonavano a Bologna nello stupore generale nel vedere una band, età media 25 anni, intrattenere il pubblico e non essere il gruppo di apertura di un concerto a tinte folk, bensì gli headliner.

Nel 2017, invece, tutto sembra tornare, ‘la distesa di volpi’ fa la sua comparsa puntuale sul palco di Ferrara sotto le stelle senza una parola, eseguendo I am all that i need – Arroyo Seco – Thumbprint Scar, brano di apertura dell’ultimo album che inizia con la voce appena sussurrata di Robin Pecknold e che nel progredire della canzone viene accompagnato dal ritmo incalzante della chitarra e dalle armonizzazioni dei colleghi.

La canzone, come ha rivelato Pecknold durante un’intervista, come anche tutto l’album, è stata concepita come ‘bricolage’, un montaggio di frammenti sonori composti inizialmente senza sapere cosa fossero, se il ritornello, lo special, la strofa o quant’altro.

Il brano in apertura però non ha ancora risvegliato il pubblico che è accorso per vedere la loro unica esibizione italiana, persiste a rimanere silenzioso come a studiare, circospetto, i 5 presenti sul palco.

Piazza Castello è non piena di gente, non è un pubblico da sold-out, ma è attento ad ogni movimento,  non vuole disturbare quanto sta accadendo sul palco.

L’età media è 30 anni, anche se non manca qualche ragazzo più giovane, molte coppie a discapito di comitive chiassose di amici.

Il concerto continua con Cassius, curiosamente anche la seconda traccia dell’ultimo album, dopo che in apertura ne è stata suonata la prima: l’incipit del brano è lo stesso del primo: voce di Pecknold inizialmente isolata che progredisce in un accompagnamento lento con qualche arpeggio e una naturale armonizzazione.

Alle spalle della band un ruolo fondamentale lo hanno giocato le animazioni che vi comparivano alle spalle: luoghi senza tempo, montagne, vallate, cieli stellati, tutti pronti a fornire la naturale cornice ai Fleet Foxes che nel frattempo proseguono col live.

E allora dopo Ragged Wood, Fool’s Errand, He doesn’t  know why arriva il turno di Mykonos, forse il brano più famoso dell’intera produzione marcate Fleet Foxes, il pubblico apprezza e inizia muoversi, intonando il ritornello prima di lasciarsi accogliere dalle melodie di White Winter Hymnal.

Il concerto scivola sulla pelle dei presenti, sempre composti, a tratti forse anche troppo, l’apice del live lo si tocca però alla fine, dopo la finta fuga dal palco che lascia spazio all‘encore.

I primi due brani sono suonati solo da Pecknold armato della propria chitarra acustica esegue Oliver James e In the morning, ed è in quel momento che il live raggiunge un grado di simbiosi col pubblico altissimo: le due dimensioni, quella del palco e quella di chi si trova innanzi si uniscono; non ci sono più sovrastrutture e la voce amplificata viene armonizzata da quella del pubblico.

La chiusa è affidata, stavolta suonata da tutta la band, a Crack-up, titletrack dell’ultimo lavoro; giusto lo spazio a un ringraziamento e i Fleet Foxes, che hanno insegnato ai presenti l’importanza dell’attesa, scompaiono, lasciando ai presenti l’eterna domanda: quando torneranno in Italia e quanto tempo passerà prima di sentire il loro prossimo lavoro.