Tantissime le persone accorse al Chiostro S. Paolo sia per ottenere un autografo da Zerocalcare, sia per assistere all’intervista preparata dagli studenti dei licei Ariosto e Roiti. Affluenza comprensibile se pensiamo che il fumettista romano è sicuramente uno dei più influenti del settore, al momento. Tante anche le cose dette, proverò a riportare schematicamente alcune delle ottime domande formulate dagli studenti e le fantastiche risposte di Zerocalcare che ha intrattenuto egregiamente il pubblico.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi lavori?

Tutto ciò che scrivo deriva da esperienze che ho veramente fatto. Una volta ho provato a inventarmi qualcosa per una striscia, è venuta fuori ‘na schifezza.

Nei tuoi fumetti appaiono spesso personaggi di fumetti, videogiochi, serie TV ecc. Quanto hanno influenzato la tua infanzia e la tua vita in generale?

Veramente tanto. Quando ero piccolo imparavo a conoscere il mondo attraverso Ken il Guerriero, I Cavalieri dello Zodiaco e tutti i personaggi dei cartoni che più ho ammirato. Ironizzando su questa cosa una volta ho detto che per me è stato più influente Ken rispetto ad Obama, ovviamente non si possono mettere esattamente sullo stesso “piano della realtà”, ma pensandoci bene sono entrambi personaggi che ho sempre visto attraverso uno schermo. La differenza è che il primo mi ha accompagnato durante l’infanzia, e quando sei piccolo assorbi moltissime cose dai cartoni animati.

Come ti sei sentito quando hai intrapreso questa carriera? Non hai avuto paura in quanto, in un certo senso, hai corso un rischio?

La cosa difficile di un mestiere come questo è la costanza. Magari arrivi alla quarta pagina di un progetto e dicendoti che a nessuno interesserà lo lasci lì. All’inizio è stato così, disegnavo più per diletto che per altro e intanto facevo altri lavori. Poi mi sono reso conto che non facevano per me. Un mio amico ha spedito dei miei lavori a dei pezzi grossi e gli sono piaciuti. Ci ho messo un bel po’ a realizzare che finalmente avevo trasformato la mia passione in un lavoro.

Come mai la tua coscienza viene rappresentata nei tuoi fumetti da un armadillo? Che ruolo hanno in generale gli animali con cui spesso personifichi i protagonisti delle tue strisce?

L’armadillo rappresenta molto quello che in un certo senso sono io. È un animale che si nasconde quando avverte delle minacce, è un po’ il sociopatico del mondo animale e mi ci ritrovavo quando ho iniziato a disegnare. I miei personaggi sono spesso degli animali proprio perché è più facile descrivere le persone della mia vita associandole a degli animali a cui, come conseguenza della cultura popolare, attribuiamo diverse caratteristiche. Prendiamo Lady Cocca, mia madre nei fumetti, è protettiva e rassicurante ma è pure grossa. Rega’, diciamocelo, mi’ madre è grossa.

Qual è la sensazione quando scrivi? Qual è la parte più impegnativa e quale quella più gratificante?

Allora, quando scrivo la storia ‘sto in ansia e ho bisogno di estrema concentrazione. Mi chiudo in casa e mi focalizzo su ciò che devo fare. Mi piace più la parte in cui disegno, ma solo perché ho bisogno di meno concentrazione e posso guardarmi qualche serie TV nel mentre. In ogni caso dividere le storie in sezioni mi aiuta, se penso che mi mancano 15o pagine per finire un libro m’ammazzo.

Secondo te i fumetti sono un modo per evadere la realtà o per descriverla?

Per descriverla, con i fumetti non sono mai riuscito ad evadere da un ca**o, rega’.

In un articolo è stata pubblicata la playlist della tua musica preferita. Ne condividiamo una buona parte, ma che ci fanno gli 883? 

Gli 883 li difenderò per tutta la vita. Chi come me è nato negli anni 80 ha vissuto la loro epoca d’oro. Sono stati una fase fondamentale per me, una scuola di vita rega’, guai a chi dice ‘n ca**o.

Il nuovo libro di Zerocalcare è uscito pochi giorni fa e prima e dopo l’incontro si è fermato per fare autografi e disegni custom a chiunque ne volesse uno sulla sua nuova copia nuova fiammante de “L’elenco telefonico degli accolli”. Questo insieme ad altre cose sottolinea quanto tenga al rapporto col suo pubblico e quanto, pur essendo diventato un punto di riferimento per giovani e meno giovani, tenga sempre i piedi piantati ben a terra. Magari sulla terra di Rebibbia, da dove per tanto tempo ancora speriamo ci diverta e commuova con i suoi lavori.