Di Anna Mastellari – Foto di Luca Gavagna


Tra un concerto e l’altro anche quest’anno si è volati all’ultima data di Ferrara sotto le stelle.

Gli ospiti sono i White Lies, band inglese che conosce il palco ormai da 9 anni ed ha imparato a farsi amare dal pubblico accompagnandolo con le loro note post punk.

La data è sold out ormai da tempo e questo non giustifica ma spiega la presenza, per quanto non numerosa, dei mai in crisi bagarini, i quali fuori dall’ingresso, cercano in modo neanche tanto discreto possibili disperati acquirenti. Sono sporadici quelli che si possono definire realmente bagarini così come siamo abituati a conoscerli, principalmente sono persone che casualmente si sono trovate con un biglietto in più (l’amico non viene, ha perso il treno, ci siamo lasciati…) e lo rivendono, a chi ne è in cerca, al prezzo di listino o con una minima maggiorazione.

Sono diverse, invece, le persone che fuori dall’ingresso cercano ancora un biglietto e fermano ogni anima che passi nelle vicinanze nella speranza di trovare un modo per poter entrare.

Le pagine social dedicate all’evento, sono circa due settimane che ricevono principalmente post di persone interessate ad un biglietto per il concerto, ma chi ce l’ha non sembra disposto a cederlo per nulla al mondo.

La coda non è coda, l’affluenza è costante ma non massiccia. Essendo un tutto esaurito ci si domanda dove sia tutta la gente che deve arrivare. Fatto è che, gruppetto dopo gruppetto, il cortile si riempie e ci si ritrova al completo.

Non sono ancora le 21.00 che già vibrano le prime corde. È la giovane artista Lilian More ad aprire la band inglese, e sulle sue note cresce il fermento del pubblico andando a creare una diffusa sensazione di euforia tipica degli attimi prima dell’inizio di qualcosa di grande. C’è voglia di divertirsi, si inizia a muovere il corpo, picchiettare con le dita il tempo, battere i piedi a ritmo: tutto preannuncia una bella serata.

Ed ecco che, in perfetto orario, si presentano sul palco Harry McVeigh, cantante e chitarra della band, Jack Lawrence-Brown per la batteria, Charles Cave per il basso e seconda voce. Essendo un concerto è presente anche il quarto membro dei White Lies, Tommy Bowen, componente che suona le tastiere solo quando il gruppo si esibisce dal vivo, come in questo caso.

Non sono solo ferraresi a riempire la platea, anzi, si potrebbe dire che c’è di tutto un po’ della nostra nazione, accorso per assistere alla serata conclusiva di Ferrara sotto le stelle edizione 2017. Per la maggior parte sono comunque forestieri delle città limitrofe: Bologna, Modena, Verona, Rovigo. Il pubblico è prevalentemente maschile e l’età media pende più sui quaranta che non sui trenta.

La partenza è col botto: il primo pezzo è Take my down on me, primo singolo dell’ultimo album uscito intitolato Friends, a seguire There goes our love again, secondo singolo del terzo disco Big TV a cui, senza fare soste, segue To lose my life, primo singolo del primo LP che prende il nome proprio da questo brano, probabilmente il più grande successo della band.

Già al terzo pezzo, To lose my life, una schiera di cellulari si alza per riprendere il momento.

Dopo un’apertura simile il pubblico si è caricato per bene, ma tenere alto un trend così positivo risulta difficile, scorrono altre canzoni, principalmente del primo album, per accontentare i gusti del pubblico, e del quarto per portare in giro i nuovi brani di Friends.

Le luci non prendono troppo spazio nell’economia dello spettacolo, il tono prediletto è sicuramente il blu che, stagliandosi sul fumo bene o male sempre presente, regala quell’atmosfera un po’ dark che si addice perfettamente al genere.

Swing, tratta dall’ultimo LP, riporta alta la partecipazione del pubblico che ricomincia a muovere le mani al cielo, subito i White Lies se ne accorgono e lasciano spazio ai loro fan chiamandoli a cantare altri due brani di Friends: Is my love enough? e Don’t want to feel it all.

Il modo che hanno questi tre giovani di catturare il pubblico, di muoversi sul palco in un complesso gioco di emotività e finzione fa comprendere come siano stati scelti come special guest da cantanti come Coldplay, Muse e Kings of Leon.

Il concerto si chiude in maniera piuttosto brusca e questo lascia tra la platea un desiderio incompiuto che fa richiamare fuori gli artisti in men che non si dica per l’encore. C’è ancora il tempo e la voglia, da entrambe le parti, di qualche ultimo pezzo: è la volta di Big TV, brano che ha dato il nome al terzo disco pubblicato e, per concludere, Bigger then us, tratto dal secondo album, a detta di molti il secondo vero successo della band.

Il nome White Lies, tradotto come bugie bianche, bugie a fin di bene, racchiude in sé parte di quell’ambiguità e di quella doppia faccia che aleggia in ogni testo scritto da Charles Cave.

Ma, giunti a questo punto del concerto, tra il pubblico non pare ci siano molte persone concentrate sulle parole, è più un insieme di sensazioni che semplicemente compongono il momento, non le luci, non le voci, neanche gli amici con cui si è, nulla di tutto questo ed allo stesso tempo proprio tutto, come un mosaico che compone la chiusura di questa stagione di Ferrara sotto le stelle.

La gente scema in un allegro canticchiare tra le vie della città. L’uscita è tranquilla e composta, nessuno tornerà a casa scontento.

I White Lies non abbandoneranno immediatamente il bel paese, hanno infatti in programma un’altra data per questo weekend, in provincia di Genova.

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