Il volto ormai noto che si nascondeva dietro la maschera delle Luci della centrale elettrica è Vasco Brondi, nato a Verona ma cresciuto a Ferrara, dal 2007 ha iniziato a frequentare la scena artistica bolognese da cui è nato, nel 2008, l’album Canzoni da spiaggia deturpata, prodotto dal sempre ferrarese Giorgio Canali e con le illustrazioni di uno dei fumettisti più titolati della scena italiana: Gipi.
Passano gli anni e dopo aver aperto concerti di alcuni signori che portano il nome di Vinicio Capossela, Afterhours o Subsonica ha pubblicato il secondo album Per ora noi la chiameremo felicità, il quale ha confermato i contenuti del primo lavoro, opera che viene apprezzata dal pubblico a colpi di sold out nelle varie città italiane.
Fin dall’esordio Vasco Brondi ha dimostrato di possedere il pregevole dono di separare le folle: o lo si ama o lo si odia, non si riesce a rimanere sospesi nella mezza misura.
Sonorità scarne, caratterizzate da un tessuto musicale semplice e nudo, abbinato all’utilizzo dello stream of consciousness affiancato a contenuti nichilistici che caratterizzano i nuovi anni zero della musica e non solo.
C’è chi lo vede come un profeta del nuovo corso della musica indie italiana, un fresco germoglio nato sul ramo già florido del cantautorato italiano, c’è chi invece lo identifica come un buffone, uno che fa leva sullo stato di dissolutezza e depressione delle nuove generazioni per vendere una pappetta pronta e confezionata ad hoc.
Vasco Brondi divide, appunto.
Ma non si può escludere che abbia aperto una sorta di breccia di Porta Pia con le sue canzoni d’amore e di merda dalla provincia, proprio come le definisce lo stesso autore.
Ho sempre paragonato l’arrivo delle Luci della centrale elettrica nella scena musicale con l’aneddoto dell’uovo di Colombo, per chi critica la sua forma espressiva.
Si narra infatti che Cristoforo Colombo, al suo ritorno dall’America, venne invitato ad una cena e che durante il luculliano banchetto alcuni gentiluomini cercarono di sminuire le sue imprese, dicendo che chiunque ci sarebbe riuscito.

Colombo li sfidò a mettere un uovo diritto sul tavolo, senza che cadesse. Non riuscendoci, i gentiluomini provocarono Colombo, chiedendo anche a lui di farlo: il navigatore battè leggermente l’uovo sul piano e lì lo lasciò, dritto e fermo. Gli spagnoli si lamentarono affermando che anche loro potevano fare una cosa così banale e Colombo rispose che loro l’avrebbero potuto fare, ma lui l’aveva fatto.
Ecco Vasco Brondi mi ha sempre ricordato questo aneddoto; ha cambiato le carte in tavola e ha introdotto un nuovo stile, per quanto semplice. Una nuova forma già sotto gli occhi di tutti ma di cui lui si è fatto il miglior interprete.
Questo gli andrebbe riconosciuto.
L’ultimo album, Costellazioni, ha un tono più allegro, distaccato nei confronti dei primi lavori , il flusso di coscienza a tratti ricompare ma ha un ruolo più marginale, il clima che si avverte è quello di liberazione, si colgono tra le righe i viaggi fatti in furgone in giro per l’Europa dal frontman delle Luci.

In brani come I destini generali si fa largo” l’atmosfera del festeggiamento senza senso”, confermato dallo stesso Vasco ferrarese.
In questo scontro tranquillo è un brano in cui il cantante si dice “felice da fare schifo”, e data la sua immagine pubblica perennemente in bilico tra l’insinuazione di essere un depresso inutile e le accuse di un nichilismo facile, non si può che accogliere con un sorriso le sonorità della composizione.
L’album nel complesso segna un grande distacco dai primi due lavori, gli strumenti ci sono, si sentono e non smettono di interagire tra di loro.
Stupisce Ti vendi bene dove subentra l’elettronica ma che nell’incedere del brano si troverà a far spazio al sound delle chitarre elettriche.
Le ragazze stanno bene, si stanno bene ma anche il giro acustico di chitarra, su cui scorrono le parole del Brondi non sono da meno, e come una cornice importante quanto il dipinto, piombano Punk sentimentale e Blues del delta del Po , quest’ultimo pezzo mi ha ricordato tremendamente il paesino del ferrarese di 3000 anime in cui vivo, e fornisce uno spaccato sincero e veritiero di queste minuscole realtà che Vasco Brondi ha osservato e di cui ha saputo cogliere l’anima.
Costellazioni è l’album della maturità, del distacco dal disagio onanistico dell’esordio e se è vero che i cantautori, anche quelli post-moderni, migliorano col tempo, attenderò con fiducia i prossimi tre anni per l’arrivo del quarto lavoro.
Quello dell’ennesima conferma.