Mi capitava spesso di fare spesa alle otto e mezza di sera, era l’orario di quelli che ormai sanno di aver dodici minuti per fare la spesa in uno stabile-supermercato che è grande quanto uno stadio. Ci entravo con le luci ormai soffuse e le bacinelle dell’acqua della signora delle pulizie. Quelli che girovagavano a quell’ora tra i vari reparti a luci soffuse, i ritardatari, sembrava che avessero ognuno una divisa personale; c’era chi era appena uscito dall’ufficio, chi in tuta, e chi invece aveva ancora i vestiti sporchi di pittura e aveva finito mezz’ora prima di imbiancare corridoi e sale in casa di gente a cui non va di far niente.

Perchè quest’idea che chi si fa imbiancare le mura a casa è quello a cui non va di fare niente mel’ha messa in testa mia madre, che praticamente piuttosto si comprava il set di pennelli e sbadilate di tintura pur di farlo da sè, nell’unico giorno che saremmo potuti andare al mare.

Scorro lungo i reparti congelandomi i polpacci passando lungo il banco-frigo, compro quello che devo comprare e vado alla cassa. Bene alla cassa ci sono tre diverse categorie di persone: il cassiere, quello che aspetta, e quello che fa a zig zag tra una cassa e l’altra pur di trovare posto a quella in cui c’è meno fila o quantomeno meno spesa di chi sta ad aspettare. In genere chi aspetta ormai è assuefatto dall’attesa e sa benissimo che quando tornerà a casa il cane avrà fatto pipì sul tappeto e suo figlio avrà bruciato il tosta-toast con il toast dentro e che nel fratempo sarà scattato l’allarme antincendio e troverà i vicini in ciabatte e pigiama a spegnere il fuoco. Ma lui si gode l’attesa, buttando nel carrello un pacco di tic tac al rosmarino, perchè ormai li fanno pure così.

Con il mio radar capto l’unica cassa dove ci sono papà+ figlia+ spesa minima. Mi fiondo a fare la mini-coda, tentata dal comprarmi tutto il reparto chewingum che in genere ti propinano alla cassa, ma forse non è il caso, forse potrebbero pensare che io abbia l’alitosi. Alla cassa ci sono sempre tutte quelle confezioni di kinder colorate che ti aprono le pupille, arrivano allo stomaco e si fanno assorbire senza che tu le abbia nè mangiate nè ancora comprate.

Davanti a me il papà e la bimba, non italiani, con spesa di verdure,un paio di bottiglie d’acqua e tre mele. Il mio carrello era pieno di cazzate. La bambina era alta già quanto me ma aveva 9 anni meno di me, e fissava il rullo scorrere mentre faceva arrivare i miseri acquisti verso l’affarino che poi suona e ti dice che sono 4 euro e 59, “vuole un’asportina?” La bambina però di nascosto ci piazza un ovetto, proprio mentre la cassiera sta per chiudere il conto. L’ovetto rotola impavido senza rullo, quasi fosse munito di un rullo intrinseco. Arriva fin alle mani della cassiera barbuta. Ma proprio mentre sta per valutarlo prezzandolo, il padre urla qualcosa alla bambina, qualcosa che non capisco perchè in un’altra lingua, ma capisco che aveva a che fare con l’ultimo acquisto a suo parere insensato. Lo rimette al posto. La bambina aveva due occhi enormi come due chicchi di caffè non tostati,gli sentivi il caldo dentro, emanavano stupore, dispiacere, malcontento. Sembrava che diventassero man mano sempre più scuri dallo sconforto. La cassiera chiude il conto. A me si era chiuso il cuore.

Era arrivato il mio turno. Il rullo fa scivolare via la roba che avevo comprato, roba più colorata e ipercalorica, ricercata, costosa, sfiziosa che quasi mi sentivo molesta. Aggiungo quello che dovevo aggiungere e faccio chiudere il conto. Rincorro il papà con la bambina e le do in mano l’ovetto che avevo aggiunto alla mia spesa all’ultimo. Lei mi fissa con quegli occhi color pece, mi sorride con i dentini mezzi storti e piccoli e mi da un bacio sul polso. Non sulle guancie, sul polso. Sarà la loro usanza, ma so soltanto che quell’espressione non aveva limiti di tempo e di luoghi. Siamo state ovunque io e lei, buttandoci sull’erba, sdraiandoci al lago, spingendoci sull’altalena.

Venti secondi di felicità.