Sono passati già 9 anni da quel famoso album, “Canzoni da spiaggia deturpata”, con cui Vasco Brondi entrò a gamba tesa nel panorama musicale italiano.

A quei tempi se qualcuno avesse detto di ascoltare Vasco Brondi, nessuno avrebbe capito a chi e cosa stesse facendo riferimento: nel 2008 si conosceva solo il nome della band, Le luci della centrale elettrica, nota, allora a pochi, come un ottimo progetto di cantautorato postmoderno, corrosivo e originale.

Ma sono passati 9 anni e a coprire le disturbanti basette di Brondi è arrivata una barba kubrickiana e un album, l’ultimo, più diretto nei testi e con sonorità etniche lontano dalle distorsioni e dagli accordi in loop.

Sono definitivamente finiti i tempi del flusso di coscienza che ci regalava folgorazioni, quasi costellazioni, di immagini che descrivevano il qui e ora della provincia disperata e urlante in cui Brondi ha sbrogliato la propria esistenza, nutrendo la penna e le corde di chitarra che hanno dato una nuova veste al neorealismo, quello vissuto all’ombra della gigantesca scritta Coop. 

“Sono felice di essere qui, nel centro del centro della mia città, sono  venuto a piedi, tutto è più facile e surreale”

Camminando su metri di sampietrini, Vasco Brondi è arrivato sul palco per raccontare di QUEI cazzo di anni zero,  ora sono diventati passato recente e i riferimenti ai tram, ai pesci rossi e alle stagnole sono quasi ricordo, come lo è il bancone del Korova dietro cui il cantautore lavorava.

Si cambia e ci si evolve, ma la grandezza di Brondi è mantenere intatte le origini, anche se ora nelle sue liriche c’è meno nebbia e più terra.

Fuori e dentro, ieri sera, c’era Ferrara, “l’unica città in cui riesco a scrivere”, c’era la zona industriale, , le persone fatiscenti che chiedono ‘i soldi per il biglietto’,  il caldo dei ciottoli di agosto, gli stessi che sono stati calpestati nella breve marcia fino al cortile interno del Castello Estense.

E’ stato un mix di passato e presente il live che gli oltre 500 di ieri sera hanno assistito; Brondi, accompagnato dalla sua band, si è mosso anguillesco nella sua discografia, lasciando molto spazio agli ultimi due album.

Si apre con Coprifuoco, primo singolo estratto da Terra, e si continua con Qui e Stelle Marine, ospitate sempre all’interno dell’ultimo lavoro dell’artista.

Basta un  passo indietro per tornare al terzo album grazie a Macbeth nella Nebbia che permette a Brondi di parlare di Antonioni e di quando, con Leopardiana misura, usciva di casa alle 4 di notte per immergersi nella nebbia e immaginare di trovarsi altrove.

“Canta Per combattere l’acne” si sente  ad un certo punto dal pubblico.

La scaletta, però, non si mostra d’accordo con quanto suggerito dalla folla e si sviluppa verso un altro versante, quello più recente, con  La terra, l’Emilia, la luna, Ti vendi bene e Questo scontro tranquillo, quest’ultimo brano, 3 anni fa, aveva fatto titolare gran parte dei giornali di Ferrara con la frase “Brondi felice da fare schifo”, citazione diretta di un passaggio del brano.

Che Brondi ieri sera fosse felice ormai non è più segreto da tempo: cantava, si muoveva, ballava e mostrava una grande familiarità col palco, lontani sono i tempi dei concerti nelle tabaccherie e delle basette, di quello rimangono grandi brani come Quando tornerai dell’estero, cantata a piena voce dal pubblico.

I visi del pubblico, abbastanza  eterogeneo, lasciava intravedere chi le frasi di Brondi le aveva sotto pelle, chi ha assistito alla nascita, ai concerti nell’Emilia sperduta e chi invece lo ha scoperto recentemente con Chakra, forse il migliore di Terra in termini di lirismo, per poi andarsi a riprendere anche i primi lavori.

Il concerto, è terminato con l’encore chiusa da Nel profondo Veneto, brano inaspettatamente ironico che mai ci si sarebbe aspettati nel 2008 e che parla, guarda caso, di provincia, di viaggi di ritorno dalle grandi metropoli, di paesi senza stazioni, di claustrofobia e, inevitabilmente, della fine di questi cazzo di anni zero.

Chissà che strada ha scelto Brondi per tornare a casa  e se, girandosi, gli è sembrato di vedersi in mezzo alla folla, col viso più pulito, con ancora addosso l’umidità della nebbia, di  quando vendeva a mano i propri Lp e serviva birra a Ferrara, ma forse sono troppe domande, c’è solo da esistere e lasciare correre.