di Francesca Gallini

 “La speranza è come una strada nei campi. Non c’è mai stata una strada, ma quando molte persone vi camminano la strada prende forma”. 

Forse questa perla dello scrittore Lin Yutang può aiutarci a capire meglio come associazioni e reti di volontari – il cosiddetto “terzo settore” –  abbiano affrontato il tempo della pandemia. 

Ma per non perdere il filo di questa storia conviene partire dall’inizio, ossia quando da tv, computer e smartphone Giovanna Botteri ci mostrava una Wuhan in lockdown e tutto ci sembrava ancora lontano.  

In Italia prima del 23 febbraio 2020, milioni di cittadini di ogni età si muovevano ogni giorno all’insegna della solidarietà sociale, nelle mense dei più poveri, nelle case di accoglienza, nei centri ricreativi sociali, negli ospedali, nelle case di riposo, nelle carceri, offrivano trasporto ai malati e alle persone con disabilità, organizzavano incontri culturali, manifestazioni, spettacoli per cause importanti. 

Era questo il modo di esserci per la comunità di quasi 360.000 enti del terzo settore, un tessuto sociale elastico che fa da base e collante tra lo Stato (il primo settore) e il privato (il secondo settore, il mercato). 

A fine 2019 nel territorio ferrarese 232 organizzazioni di volontariato, 397 associazioni di promozione sociale, 47 cooperative sociali –  più gruppi e reti di cittadini –  erano impegnati nell’assistenza, nell’educazione, nella tutela dell’ambiente e degli animali, nella protezione civile, nella promozione culturale. 

Il 23 febbraio 2020 la Regione Emilia Romagna sospende le attività di tutte le scuole e ogni forma di aggregazione, con una serie di proroghe. Da lì a pochi giorni cambiano molte cose

Lo stato di emergenza detta un nuovo sistema sociale.  In Emilia ci era già capitato nel 2012 con il terremoto, ma adesso il panorama è veramente inedito. 

I Centri Operativi Comunali (COC) che si costituiscono individuano i bisogni essenziali della popolazione e coordinano operatori e volontari, ma questa volta il campo è tutta la nazione. 

Il 10 marzo inizia il primo lockdown che terminerà il 4 maggio. 

L’hashtag solidale #iorestoacasa corre sui social e invita la popolazione a non esporsi al contagio, e chi la casa non ce l’ha? 

Nel territorio ferrarese si mobilitano circa 1085 volontari, forniscono ascolto telefonico e sostegno a distanza, aiutano nella gestione di mense, dormitori, centri d’accoglienza, centri antiviolenza, distribuiscono beni di prima necessità e farmaci, fanno trasporto sociale, operano nei canili e nei gattili, donano il sangue. 

Non si ferma neppure la generosità dei cittadini, sottoforma di donazioni importanti a ospedali, a strutture sanitarie e assistenziali. 

Ma tra il 25 marzo e l’1 aprile 2020, su 1393 organizzazioni emiliano romagnole di terzo settore, di cui 158 ferraresi, il 48% risulta ancora attivo, mentre il 52% ha già sospeso molte attività sia in ottemperanza ai nuovi decreti legislativi, sia per la mancanza di volontari con meno di 65 anni, ma anche per la mancanza di dispositivi di protezione come le mascherine. 

È ciò che rileva una ricerca dei Centri di Servizio per il Volontariato, per fortuna rimasti attivi, che si organizzano per dare più opportunità ai volontari, a partire dalla formazione sulle nuove normative e sull’uso degli strumenti digitali. 

Il virus è un nemico invisibile che ci attacca nel nostro essere creature sociali

Per batterlo bisogna che si ripensi a come esserci per la comunità, che prima era presenza fisica, ascolto diretto, un abbraccio, un sorriso; anche la digitalizzazione è una sfida importante per la ripartenza. 

In questi mesi il “terzo settore” ha provato a sfruttare proprio la digitalizzazione per fare incontri, formazione, informazione, ascolto telefonico, aiuto compiti per i bambini.

La rete di volontariato insieme a protezione civile e comuni non si è mai fermata, neppure negli ultimi mesi invernali con la risalita dei contagi, per fare fronte ai nuovi bisogni sociali legati all’emergenza covid: la povertà economica di molte famiglie rimaste all’improvviso senza lavoro, la povertà educativa dei più piccoli che faticano ad accedere alla didattica a distanza, la solitudine dei più anziani e vulnerabili.

La sfida è aperta ai più giovani e continua nel 2021: to be continued.