L‘ ineluttabile scorrere del tempo lo si capta da tante cose che non sono certo la carta d’ identità e la data di nascita. Poche settimane fa sono stato invitato in una scuola superiore per parlare di editoria e il suo variegato mondo, rispondendo alle tante domande sono arrivato a parlare di quale libro avesse influenzato maggiormente la mia vita e orgogliosamente ho citato On the road di Jack Kerouac ricevendo in risposta sguardi persi nel vuoto e mani che correvano veloci a cercare sull’ iphone chi diavolo fosse costui… Jack Kerouac è in effetti nato quasi da un secolo, nel 1922 per l esattezza, ma si può tranquillamente definire uno dei più importanti scrittori del 900 nonché padre della beat generation quel movimento giovanile, che trovò sua espressione nel campo letterario, poetico e artistico sviluppatosi negli anni 50 principalmente negli Stati Uniti. Nato da un gruppo di giovani scrittori elementi centrali della cultura “Beat” sono il rifiuto di norme imposte, le innovazioni nello stile, la sperimentazione di droghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto totale del materialismo e del successo economico.

Espressione fondamentale della nostra storia moderna se pensiamo che da esso discendono movimenti come il maggio 1968, l’opposizione alla guerra in Vietnam, e lo storico raduno musicale di Woodstock. Tra gli autori di riferimento, solo per citarne due a caso, scrittori del calibro di Allen Ginsberg e William Burroughs. Capire che agli attuali studenti questo nome dice poco o nulla è uno smacco ma così è e bisogna accettarlo.

On the road in una delle sue innumerevoli versioni e ristampe mi finì fra le mani intorno ai 16 anni e, inevitabilmente, mi colpì oltre ogni limite. In questo romanzo autobiografico Kerouac è Sal Paradise e il suo coprotagonista Dean Moriarty raffigura l’amico Neal Cassidy. Sal e Dean nel loro vagare avanti e indietro da una costa all’altra degli Stati Uniti sfidano le regole della vita borghese, sempre alla ricerca di esperienze intense. Quando Dean decide di ripartire per l’Ovest Sal lo raggiunge, è il primo di una serie di viaggi che imprimono una dimensione nuova alla vita di Sal. La fuga continua di Dean ha in sé una caratteristica eroica, Sal non può fare a meno di ammirarlo. La trama è semplicissima e, tirando le somme a terza o quarta lettura ultimata, mi sono reso conto che non è la cosa più importante.

Difatti, se On the road è stato acclamato per decenni come il manifesto della beat generation è perché i suoi protagonisti ne sono i perfetti prototipi, o meglio, i suoi veri iniziatori. È il semplice manifesto di un’ America che sta cambiando che dalla depressione degli anni ’30 e dalla Seconda Guerra Mondiale attraversa un breve periodo prima di diventare l’America che è oggi. E in questo cambiamento abbiamo avuto questi giovani che per primi hanno sperimentato cosa volesse dire “bruciare” nell’America degli anni ‘50 e provare la vertiginosa sensazione di camminare, di viaggiare pericolosamente alla ricerca della fuga, della scoperta che possa completare se stessi esattamente come si completano a vicenda Sal e Dean, apparentemente molto diversi, in realtà intrinsecamente uguali.. Essi non hanno bisogno di sapere cosa stanno cercando per sentire l’urgenza di andare, semplicemente percepiscono dentro di sé che quello che cercano non è là dove si trovano. Devono macinare chilometri e per non venir sorpassati, si muovevano on the road. Lei, la strada, un richiamo, uno stimolo, una fame, quasi un necessità è un tracciato sicuro da percorre e ripercorrere fino a quando, sfiniti, si è visto e fatto tutto quello che essa, nella sua magia, possa offrire.

Che un romanzo, si può dire leggendario, come On the road, pubblicato nel ’57, arrivi sul grande schermo solo nel 2012, è indubbiamente significativo e di per se indicativo. Walter Salles, il regista seguendo la sceneggiatura di Jose Rivera azzarda quello che a molti parrebbe, forse giustamente, impossibile. Il tentativo di portare in pellicola tale moloch ha indubbiamente terrorizzato schiera di registi negli anni certi di incorrere nelle ire dei milioni e milioni di lettori e devoti del capolavoro di Kerouac. Il prode Salles a mio avviso poteva (e forse doveva) cercare un adattamento che cogliesse lo spirito dell’opera e tentasse di trovarne un senso e un’interpretazione legata all’oggi. Purtroppo invece riprende in carta carbone la trama del romanzo concentrandosi sul lato umano dei suoi protagonisti, sulle relazioni personali, sui sentimenti ma così facendo l’irrequietezza mentale che traspare dal libro risulta banalizzata. Un Dean, bello e dannato, che tutti, uomini e donne, fa innamorare. Sal che invece, non partecipa osserva e scrive su ogni pezzetto di carta che gli capita a tiro. Personaggi belli, brillanti, ma manca il bianco e nero, manca il profumo del dopoguerra, manca, in fondo alla strada, la poesia di un tempo che non tornerà più…