Sììì, lo so, sono in super ritardo. Ormai il film è uscito da più di due settimane ma ci ho messo 246 secoli a processare il tutto. Allora, intanto devo ancora riprendermi dallo shock di aver visto Sean Bean vivo a fine film. Poi devo cancellare dalla mente il piano sequenza di 5 minuti con Matt Damon che si squarta l’addome a inizio film. Grazie, Ridley, la tua attenzione ai dettagli mi ha commossa tra un conato e l’altro.

In linea generale, è da quando ho visto il film che devo capire perché mi sia effettivamente piaciuto così tanto. Sono uscita dalla sala carichissima ma pensandoci bene Sopravvissuto – The Martian non è nè eccessivamente sorprendente, nè eccessivamente originale.

Allora, di base la trama è questa: Matt Damon è un astronauta che rimane inchiodato su Marte perché ha i riflessi di un bradipo albino ed è così sfigato che gli scapperebbero i Pokémon anche provando a catturarli con la Master Ball. Tra l’altro l’unica musica a cui ha accesso è la disco music anni ’70, non c’è mai fine al peggio. Mentre aspetta che qualcuno se ne renda conto, deve farsi venire delle super idee per evitare di morire a circa 225 milioni di km da casa sua. È una specie di Bear Grylls marziano, sono sicura che abbiano tagliato una scena in cui filtra la sua urina con la terra rossa per berla. Come già detto, il livello di sfiga è over 9000 e, OVVIAMENTE, non fa che crescere. “Non ti preoccupare, ti tiriamo giù pressssstissimo” seh, mao.

Ricapitolando, se la trama è così “semplice”, cosa lo rende così figo? Dopo averci pensato un po’ risponderei: le riprese assurdamente belle di Ridley Scott, l’ottimo uso dell’ironia e della comicità accostate ad un po’ di dramma, il far leva sul tema dello spazio (che negli ultimi anni ha fatto spesso centro al botteghino, vedasi Interstellar Gravity) non appoggiandosi alla fantascienza ma cercando di dare realisticità all’insieme e, infine, lo sfruttare il videodiario usato dal protagonista per raccontare la sua vita su Marte per comunicare direttamente con gli spettatori. La quarta parete, dunque, crolla. Chi guarda il film si sente via via più coinvolto, vuole sapere come va a finire, guarda negli occhi Matt Damon che parla alla videocamera e spera che il suo eroe dello spazio Mark Watney torni a casa sano e salvo. Si viene presi a tal punto che, anche se la trama può apparire lenta e ripetitiva, si ha voglia di arrivare alla fine. E alla fine mi sono ritrovata a pensare “beh, alle fine è una figata!”.

Grande plauso alle inquadrature scelte dall’ormai 78enne regista (ancora fresco registicamente parlando, a quanto pare). Primi piani usati benissimo e che colpiscono davvero, panoramiche mozzafiato, grandissima attenzione ai dettagli. Colonna sonora anch’essa parecchio azzeccata, si combina molto bene allo stile di riprese. Una delle cose che non mi ha convinta è stato l‘estremo buonismo del film. Se nella vita di tutti i giorni si smarrisse un astronauta da qualche parte nel vasto universo, dubito che tutti sarebbero così comprensivi e desiderosi di recuperarlo. Diventerebbe presto cibo per creature quali Mordicchio e l’Ipnorospo. E quindi niente, film divertente e da vedere, ora torno a pensare a Sean Bean e al paradosso della sua mancata morte.