Che sarebbe stato un concerto di quelli degni di nota, sottolineatura ed asterisco lo si intuiva già dagli inizi, dalla fila che in pochi minuti dai due o tre metri di lunghezza ha sfiorato i trenta, andando mestamente a terminare ben oltre la statua del Savonarola.
Lo si poteva desumere dal sempiterno stand “vendi-magliette-ed-altri-gadget-inutili-che-dopo-cinque-minuti-te-ne-penti”, voglio dire, venticinque euro per una t-shirt? Subito ho pensato; o questi sono dei pazzi o faranno un live di tale spessore che i soldi per la magliettina, che si rimpicciolisce al prima lavaggio, scivoleranno via compiaciuti dalle mie tasche.

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La magliettina non l’ho presa ma il concerto è stato un tripudio, un libro di storia recente della musica spalancato sul palco.
Non è più il tempo delle prime volte per i National a Ferrara, ci erano già stati nel 2011.

A quei tempi la loro corte aveva registrato un fragoroso sold-out con oltre cinquemila voci che seguivano il ritmo sincopato della gran cassa della batteria di Bryan Devendorf, innanzi alla sezione ritmica la formazione era quella consolidata, quella che non lascia spazio all’errore: Scott Devendorf gemello di Bryan, un’altra coppia di gemelli, entrambi alla chitarra, Aaron e Bryce Dessner, che uniti al cantante Matt Berninger andavano a completare la formazione della band americana.

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Il tutto crea un gioco di specchi  e di rimandi in cui Berninger si pone nel centro, baricentro silenzioso del gioco delle note, dietro di luiuno schermo enorme che inonda di luce il pubblico.
Stavolta i presenti sono meno, 2600 se ne registrano alla casse, quasi la metà, anche se Berninger e compagni hanno un album in più da suonare, Trouble will find me, pubblicato a tre anni di distanza da quel High Violet che non aveva fatto altro che segnare l’ennesima conferma a quanto di buono si era già pronunciato per la band di Brooklyn.
Arriva il momento: salgono sul palco i The National, quasi non si accorgono delle quasi tremila coppie di occhi che li stanno scrutando in attesa, ed iniziano ad imbastire le trame di Don’t Swallow the Cap.
Si scorge il mestiere sincero nelle canzoni dei The National, passando per Sea of love a Squalor Victoria senza dimenticare brani come Slow Show, traccia giunta direttamente dall’album Boxer, reo di aver consacrato il gruppo alle grandi platee.

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Vestito completamente di nero, capelli grigi tirati indietro, due grandi occhiali da vista anch’essi con la montatura nera, Berninger si muove sul palco con un’attenzione pignola, come a controllare che tutto proceda per il meglio, che ognuno faccia bene il suo.
La puntigliosa perfezione dei National la si scorge immediatamente nelle movenze del cantante.
Un oceano di smartphone alzati al cielo, ma con la fotocamera rivolta verso il palco quando dagli strumenti della band inizia a scorrere, come una marea silenziosa, I need my girl, e chi può si abbraccia mentre l’arpeggio di chitarra fa il suo dovere.

“Ho bisogno della mia ragazza/ So di essere stato uno da 45% una volta/ So di essere stato molte cose/ Ma ora sto bene e sono stabile/ Davy dice che sembro più alto/ Ma io non riesco a capacitarmene/ Mi sento sempre più piccolo/ Ho bisogno della mia ragazza”.

Passano le canzoni e non si coglie ancora un cenno al pubblico, come se il concerto per i The National fosse un fatto meramente personale, un esercizio spirituale, un’attenzione rivolta agli astanti solamente cercando di fare il meglio.
Romperà questo muro di vetro tra il palco ed il pubblico il primo grazie pronunciato dal frontman a cui ne farà seguito un altro, ed infine sarà uno dei gemelli Dessner a rompere definitivamente le file con un “E’ fantastico suonare qui, è uno dei posti migliori dove abbiamo suonato e siamo contenti di essere tornati”.
I capelli di Berninger iniziano a scompigliarsi, segno che il concerto sta per finire ed anche un paio di bicchiere di birra vengono lanciati sul pubblico che non disdegna, probabilmente anche lo stesso cantante non aveva lesinato sulla dose di malto e luppolo.

Il live si chiude con un poker: Santa Clara, Mr November, Terrible Love, Vanderlyne Cry baby geeks.
Si chiude la seconda volta dei National a Ferrara, si cala il sipario con la pioggia che ha bagnato gli ultimi tre pezzi del concerti.
Uscendo scorgo dalla bancarella “vendi-magliette-ed-altri-gadget-inutili-che-dopo-cinque-minuti-te-ne-penti” lo sguardo ammiccante della t-shirt venticinqueurenne, per un attimo la mano scivola sul portafogli ma poi penso alla precarietà economica e ad una magliettina da pelle bianca sui cui, appena arrivato a casa, scriverò con un pennarello indelebile “The National.”