Testo Matteo Rubbini – Intervista Alessandro Mela


Ma se io vi dicessi piadina con ‘tutto quello che vuoi‘, cinque carni, tre formaggi, verdure a volontà e tutte le salse del mondo a soli 3,50 euro, che cosa vi verrebbe in mente?

Se non avete immediatamente pensato a quel piccolo chiosco che sorgeva in Via Bologna e, soprattutto, a Cisto, penso che dobbiate seriamente chiedere scusa alla vostra pancia perché ha perso qualcosa di grande. Non scherzo.

Non ho ancora specificato il nome del luogo di cui sto parlando perché penso che chiunque abbia vissuto a Ferrara negli ultimi dieci anni abbia capito che sto parlando di Patatina Point.

Il Patatina Point di Cisto era un’oasi per tutti coloro che avessero fame e, dal 2007, divenne un punto di riferimento per la gastronomia ferrarese grazie alla sua piadina, alla cortesia di Cisto e della sua compagna, al caffè offerto e alla zuccheriera che in realtà era un semplice sacchetto di zucchero di quelli che si comprano così nel negozio e, pensandoci bene, in quella busta di zucchero ‘alla buona’, c’era una metafora di quello che era quel luogo.

Sì, perché Cisto andava dritto al punto, allo scopo, pochi fronzoli e rituali di sorta: piade buone, abbondanti in maniera leggendaria e quello bastò a far diventare il Patatina Point un luogo di culto di Ferrara, dove per ‘culto’ intendo proprio il suo significato letterario, ovvero “adorazione di ciò che è sacro”.

Ricordo le immense file domenicali, più adatte all’ingresso di una discoteca che a una piadineria, la piada con salsiccia, porchetta, cotoletta e wurstel, il fatto che potessi anche prenderne una con nutella, prosciutto e olive ascolane e non avrei comunque ricevuto uno sguardo di derisione; c’era anche quella scritta “vietato accendere fuochi“, simpatica presa in giro a quei malintenzionati che tentarono di bruciare il chiosco.

Quando cambiò gestione tanti studenti e ferraresi proclamarono lutto nazionale e ora, a distanza di anni, si sente davvero la mancanza della cortesia di Cisto, della piada tutto a volontà e della zuccheriera che era in realtà un sacchetto di carta e che andava dritta al punto.

Proprio come il Patatina Point.

A seguire trovate l’intervista a Dimitri Ciammaruga alias “Cisto”.


Com’è nato il Patatina Point?

Il Patatina Point è nato su una pazzia. Io e la mia ex compagna Daniela lavoravamo entrambi entrambi in posti diversi, e decidemmo di metterci in proprio, per desiderio di avere qualcosa di proprio e non dipendere da nessuno se non da noi stessi. Anche un desiderio di crescita, più che altro, e di rivincita. Così siamo arrivati al Patatina Point, che già esisteva, ma veniva aperto solo qualche volta alla settimana. Noi l’abbiamo preso dal nulla e abbiamo creato… Quello che abbiamo creato. Col senno di poi nessuno, in primis noi, si aspettava il successo che abbiamo avuto.

Di che anno stiamo parlando?

Parliamo esattamente del 2007. Il Patatina Point apre i battenti il 7 febbraio 2007. Apriamo e iniziamo a crearci il nostro giro, formato da ragazzi, studenti, famiglie; non tenevamo aperto fino a orari da dopo discoteca: il primo mese abbiamo provato a tenere aperto anche oltre l’orario consono, e poi ci siamo reso conto che il gioco non valeva la candela e abbiamo concentrato le nostre forze sull’orario del mezzogiorno e la cena. O per meglio dire, che il “Mondo Piadina”, se così lo vogliamo chiamare, non fosse da “dopo discoteca”, dopo divertimento, ma che senza togliere al “dopo” fosse la piadina come cena, come alimentazione giusta.

Poi avevamo anche crèpes, fritti, la tortina sempre sul bancone. Noi non abbiamo portato niente di nuovo, ma abbiamo creato quella familiarità, quel contatto cliente-gestore che non si limitava a quello ma c’era sempre la parola di conforto.

È stata sicuramente quella “la formula del successo”, per usare un’espressione bruttissima che poi taglierò [non l’ho fatto alla fine, ndR.].

Io come ho risposto a tutte le persone che mi hanno chiesto come fosse possibile la coda, la gente, il “sempre lì”, oggi rispondo che non lo so. Non è falsa modestia o volersi nascondere, non lo so. So che ho dato tutto quello che era possibile dare per quello che era il mio intento, far stare bene le persone e accompagnarlo al buon cibo. Non vedere la piadina come fosse l’ultimo rimedio per i giovani in chimica, ma ricercare articoli e materia prima di qualità.

L’unica cosa che sbaglio quando dico “non lo so” in realtà è che la forza motrice era Daniela, che era come la Ferrari con Schumacher. Sicuramente funzionava anche il nostro non accavallarci, rispettavamo l’organico: io alla piastra, alla friggitrice, e ai salumi. L’addetto alle public relations era Daniela, forse il Patatina Point non sarebbe stato così senza.

Nonostante il Patatina Point sia aperto c’è ancora chi mi dice “Ah, le tue piade…”

Quindi il Patatina Point non ha chiuso, ha cambiato gestione?

Sì, l’ho ceduto nel giugno del 2012.

Posso chiederti come mai?

Noi onestamente eravamo un pochino stanchi, dopo quasi sei anni. Lusingati da quello che era il nostro desiderio di comprarci un lago vicino casa, data via la piadineria abbiamo aperto un laghetto a Lagosanto, col ristorantino e tutto quanto, e lì abbiamo fatto il nostro anno sabbatico. Poi la richiesta di ritornare al Patatina Point dai ragazzi ai quali l’avevamo ceduto, ma noi abbiamo detto no: se è vero che l’assassino ritorna sempre sul luogo del delitto, noi non ce la siamo sentita. A oggi, non più tardi di ieri sera mi è stato richiesto di riprendere il Patatina. Non nego che un pensierino lo si potrebbe fare, non per me in primis ma in ottica di investimento, ma allora il gioco non vale la candela.

Il nome Cisto, è un tuo soprannome?

No, sembra una barzelletta ma è la realtà: quando abbiamo deciso di aprire dovevamo fare la società. Abbiamo fatto una SNC, io e Daniela col nostro commercialista. Arriviamo davanti al notaio, e ci chiede il nome della società. E il commercialista mi fa “Non ci abbiamo mica pensato!”, e da lì è venuto fuori “Cisto”, dall’unione dei nostri cognomi, Ciammarughi e Storari, che il commercialista trascrive come “C. Sto”. E non ci pensiamo più. A inizio attività però nessuno dei giovani ci conosceva, e nello scontrino veniva fuori appunto il nome della società, e hanno iniziato a chiamarmi Cisto. Ancora oggi tanti ragazzi continuano a chiamarmi Cisto, e questo mi lusinga tantissimo.

Il modo di dire non era mai “andiamo al Patatina”, ma “andiamo da Cisto”, o “andiamo al Patatina da Cisto”, quindi la location era ricordata come “da Cisto”.

È emblematico.

Forse è proprio vero che tutte le belle cose nascono da errori, no?

Quindi il range di pubblico era piuttosto vasto?

Assolutamente, sia ragazzi che famiglie ma anche lo sport: io ho una passione per la pallamano; è nato per caso che alcuni ragazzi della squadra siano venuti a mangiare e si siano appassionati, tanto che la scalata dall’A2 all’élite l’abbiamo fatta insieme. Anche molti giocatori della Spal venivano, dalla vecchia generazione come un Cancellato o un Beppe Brescia o un Lamaro alle nuove, fino al 2012. Molti facevano la doppietta, venivano da me e poi andavano al Cafè des artistes. Andammo perfino in trasferta a Biella per una partita, col furgone mimetico di Cisto, l’avrai visto anche tu in giro.

Guardando alla situazione attuale, aprire adesso sarebbe possibile economicamente?

La stessa domanda me la sarei potuta porre dieci anni fa… Oggi il desiderio di rivalsa ci sarebbe, però direi che non aprirei o non tornerei sui miei stessi passi. Nell’eventualità se dovessi riprendere il Patatina Point lo ristrutturerei in maniera diversa da quello che era, ma perché manca Daniela. Cisto era una sinergia di due macchinari da guerra, che hanno fatto il loro tempo e la loro epoca. È giusto ricordarli, sembra che parli di un morto! Come ti dicevo mi è stato proposto di riprenderlo, stiamo raggiungendo degli accordi, ma ancora è tutto un embrione. Il desiderio ci sarebbe, perché è una creatura. Caparbietà e determinazione possono far avverare molti sogni.