Chi abita a Ferrara conosce Tamara soprattutto per il velox e per le multe salatissime ricevute per un eccesso di velocità o per essersi trovati soprappensiero mentre si percorre la via Copparo. Andare o tornare. 

Eppure proprio lí, proprio di fronte all’autovelox, c’è un luogo simbolo delle generazioni passate che ha segnato in maniera indelebile la storia, e anche un po’ il cuore, di un’intera città: il Joy’s, prima ancora (o forse dopo) Adelaide, Le Cupole, Sky Lab e altri nomi che ci sfuggono. 

Cambiava l’insegna sulla locandina ma mai l’entusiasmo che si aveva una volta varcata la soglia di un mondo che per molti era ignoto e per altri era semplicemente vita.

Il Joy’s aveva la peculiarità di ospitare diverse sale con differenti generi musicali, dalla commerciale all’house music, passando per l’afro e l’hard core. E questa sua natura caleidoscopica si rifletteva in una molteplicità di outfit. 

C’era chi la prendeva davvero sul serio con papillon e cravatta, chi risparmiava come una formica per essere più alla moda che mai e chi, inconsapevole del caldo tropicale che si raggiungeva all’interno, si presentava con il maglione. Solo i PR avevano l’obbligo della camicia, data la loro esposizione mediatica. 

Ed era proprio questo che rendeva il Joy’s il luogo perfetto per evadere da una settimana di sforzi e levatacce: la tolleranza assoluta verso ogni diversità, al di sopra di critiche e sguardi indiscreti. Eri inadeguato? E chissenefrega. 

In ogni luogo, diceva Goethe, si trova la propria affinità elettiva. 

Un momento come la domenica pomeriggio, l’attesa trepidante lunga tutta una settimana, la triste consapevolezza di dover ritornare tra i banchi di scuola il giorno seguente e la speranza di trovare la propria punta in quel luogo, in quel giorno. Poche ore di tempo per divertirsi, ballare, cantare e tirare su qualche limone, alla faccia del distanziamento sociale. 

Si entrava con la luce del primo pomeriggio, dopo aver guardato i risultati del primo tempo quando ancora la Serie A era tutta la domenica alle 15.00 e si usciva dalla discoteca ormai col buio. 

Qualche maschio alpha aveva l’auto o il motorino, i “cinni”  avevano i genitori che li aspettavano in auto, pronti ad esaminarli attentamente per rilevare anche la minima traccia di alcol nel fiato o di odor di sigaretta tra i capelli. I più audaci si profumano o piombavano una confezione di vigorsol per depistarli, altri facevano il record mondiale di apnea fino a casa. In entrambi i casi credevamo di farla franca, il più delle volte senza successo.

Le 20.00 era l’orario in cui l’incantesimo finiva. Il vocalist metteva l’ultima canzone della playlist ci dava appuntamento alla domenica dopo. E così ogni settimana, nell’illusione che il rito sarebbe durato in eterno, come la giovinezza. 

Ma poco alla volta quelle saracinesche che aprivano ogni weekend hanno smesso di alzarsi, e il Joy’s è diventato una carcassa vuota, il simulacro senza vita di quello che era stato, assumendo l’aspetto malinconico di centro commerciale americano abbandonato dagli anni ‘80. 

E anche se quel luogo domani sarà destinato ad altro, probabilmente all’ennesimo punto vendita di prodotti sottomarca per la casa, nessuno potrà cancellare il ricordo di quei periodi volati in un battito di ciglia.

Rimarrà la nostalgia di qualche ora passata in totale libertà, lontani dai problemi e dalle difficoltà che riserva la vita vera, quella che comincia fuori da quella porta. La vita dei grandi. Una libertà che oggi più che mai sembra un sogno, più che un ricordo.