No partito, no party!

 

Da tempo penso che il grande problema del Partito Democratico coincida col suo nome: Democratico. Potrebbe chiamarsi Partito Oligarchico o Partito Fidati Di Noi e probabilmente raccoglierebbe molti più consensi e voti. La schiettezza viene spesso apprezzata. Potrebbe decidere e attuare le sue politiche – che a volte hanno pure il mio appoggio – in autonomia e senza quella perenne e fastidiosa necessità di doverle spacciare per volontà popolare. Si fa così perché è meglio così, insomma, senza prenderci troppo in giro.
Che a volte è anche la cosa migliore.

 

Il problema sorge quando il Pd è costretto a legittimare il suo nome: Democratico.
E quindi a far passare come condivise con la cittadinanza delle politiche decise esclusivamente dal partito, o per rigettare con motivazioni piuttosto surreali proposte esterne di semplice buon senso
In particolare quando entrano in gioco temi spinosi come immigrazione o periferie urbane, con tutto il loro carico di malcontento.
Un esempio perfetto si è visto un paio di settimane fa in consiglio comunale (potete rivedere il tutto a questo link, dal minuto 3:25:00 circa). Lorenzo Marcucci del Movimento 5 Stelle legge un ordine del giorno in cui propone il coinvolgimento delle associazioni presenti in Gad quando si può puntare a risorse per il quartiere da bandi e finanziamenti nazionali o europei.
Per essere precisi, “di attivarsi, ogni qualvolta possibile, per includere le associazioni di residenti della zona Gad nella definizione dei progetti da presentare per bandi finalizzati alla riqualificazione delle periferie e al contrasto del degrado in generale, e ad includerle nelle discussioni in sedi istituzionali per definire tipologia e distribuzione dei fondi per gli eventi finalizzati a riqualificare suddetta zona“.

 

 

Il che non implica nulla di particolarmente sovversivo: se si possono reperire dei soldi per una certa zona, perché non consultare gli abitanti di quella zona per decidere come spenderli? Magari qualche idea sulla situazione se la sono fatta.
D’altra parte – penso io -, se gli elettori si esprimono su temi mostruosamente complessi, col rischio di averci capito pochissimo, tipo riforme costituzionali o trend macroeconomici, allora saranno anche in grado di indicare più o meno informalmente quali sono le priorità del quartiere dove vivono.
È più urgente aggiungere una panchina o sistemare una buca? Promuovere un festival culturale o finanziare un servizio di sicurezza?
I residenti sono quelli che conoscono meglio il contesto ed è loro diretto interesse migliorarlo.
Quando agli albori delle democrazie si diceva che la partecipazione politica nasce dal basso si intendeva proprio questo.
Prendere parte alle decisioni nelle questioni locali, secondo il buon vecchio Tocqueville, è il miglior modo in cui un popolo può prepararsi a ragionare sui grandi temi.
È una palestra di democrazia e senso civico.
E non lo diceva certo da paladino del proletariato, ma proprio perché nulla lo spaventava più della pigrizia e dell’ignoranza in un sistema democratico.
Tocqueville era una persona molto pragmatica.

 

Alexis de Tocqueville, salvaci tu

 

Anche l’attuale Pd non ha una grande considerazione del popolo, ma contrariamente a Tocqueville non sembra molto interessato a renderlo più consapevole e preparato.
E infatti la proposta di Marcucci viene bocciata senza troppe discussioni.
L’assessore Sapigni e la consigliera Baraldi assicurano che sono talmente tanti i percorsi di partecipazione attivati dal Comune, negli spazi del Comune, attraverso il personale e i servizi del Comune, che di certo “non si può rinfacciare a questa amministrazione di non cercare il contatto coi cittadini”.

 

Ma il problema, signori miei, è proprio che tra voi e la maggior parte dei cittadini non c’è alcun contatto.
Non quando si parla di come e dove spendere i soldi, e scusate se è poco.
Altrimenti è verosimile pensare che di quei 200mila euro dell’ultimo bando Anci per le periferie – per dirne una -, non ne sarebbero stati spesi 60mila per rifare il cortile interno di Spazio Grisù.
Nessun abitante del quartiere lo avrebbe trovato logico o utile.
Chi vive in Gad sa che non c’è alcun nesso tra Spazio Grisù e la qualità della vita nel quartiere: è una casermone chiuso su quattro lati, senza servizi o attività pubbliche per il vicinato, frequentato solo dai professionisti che ci lavorano e da chi organizza sporadici eventi culturali.
Un’enclave indipendente come lo è San Marino rispetto all’Italia. Finanziarlo con i fondi destinati al Gad, di fatto, significa più sottrarre che aggiungere risorse al quartiere.
Si potrebbero elencare altre risorse per il Gad finanziate nello stesso periodo a soggetti che centrano poco o nulla col quartiere: dai 60mila euro al Teatro Comunale ai 65mila all’Associazione Musicisti di Ferrara, passando per i 28mila a Teatro Off.
I concerti e gli spettacoli che anche quest’estate verranno proposti in Gad sono sicuramente una ventata di vitalità, personalmente mi auguro che abbiano successo, ma di certo non si può affermare che la collettività abbia avuto qualche ruolo nel definirli.
Sono progetti esterni che grazie all’amministrazione comunale hanno vinto un bando e ottenuto un finanziamento.

 

Spazio Grisù: se arriva l’apocalisse zombie barricatevi lì dentro

 

Chi oggi vota Pd, sia a livello locale che nazionale, non lo fa certo per la cultura democratica che vi si respira all’interno.
Lo fa perché ne appoggia le decisioni, punto e basta. Decisioni che – ripeto – a volte possono anche essere condivisibili.
Ma che in alcuni ambiti, dalla gestione dell’immigrazione a quella delle periferie, si sono rivelate drammaticamente sbagliate.

 

A volte penso che il problema del Pd sia semplicemente la sua eccessiva paura delle opinioni delle persone.
Forse anche per un comprensibile, ma comunque esagerato e sbagliato, effetto-rimbalzo provocato dal populismo degli altri schieramenti. Il Pd ha perso ogni speranza nelle opinioni della collettività.

 

C’è un momento in cui questo fatto emerge chiaramente: nel motivare il proprio no a Marcucci, la consigliera Baraldi dice di essere contraria alla “democrazia diretta” e di voler restare fedele alla democrazia rappresentativa. Senza offesa, ma questa è una gran castroneria.
Democrazia diretta significa far votare la collettività su ogni questione, eliminando le cariche elettive di rappresentanza. Anche io ne sarei terrorizzato.
Ma nessuno a Ferrara ha mai proposto niente del genere. L’idea, semmai, era un’altra: includere enti, associazioni e cittadini interessati a un tema (gli stakeholder, per dirla all’inglese) nelle discussioni sulle politiche da intraprendere.
Politiche che dovranno poi essere votate da consiglieri, parlamentari e da tutte le cariche elettive previste dal nostro sistema di deleghe e rappresentanze.
Una pratica che dovrebbe essere prassi diffusa proprio nelle democrazie rappresentative, se non altro per essere sicuri di stare realmente rappresentando qualcuno.
Non so voi, ma il fatto che proprio all’interno del Pd ci sia questa sorta di rifiuto ideologico della democrazia – diretta o rappresentativa che sia – un po’ mi preoccupa.
Che ci crediate o meno l’Italia ha ancora maledettamente bisogno di un partito di centrosinistra, democratico, credibile e umano. Oggi più che mai.
Hanno un anno di tempo per recuperare il rapporto con la città, preferibilmente senza cercare alibi nel populismo altrui. Ma forse il problema è che là dentro, nel Partito Democratico, si pensa troppo al Partito e poco al Democratico.
Forse un anno non basterà.