Foto di Luca Veronesi – Articolo di Letizia Spettoli

Il Torrione San Giovanni, ristrutturato nel 1991 nell’ambito del “Progetto Mura”, ospita dal 1999 il Jazz Club Ferrara, una delle associazioni culturali che porta più lustro alla città.

Il Circolo Amici del Jazz esiste dal 1977 ma, come ci racconta Francesco Bettini, direttore artistico del Jazz Club, la storia ha inizio molto prima. Pochi sanno che, benché il regime fascista avesse censurato la musica afroamericana, il figlio di Mussolini, Romano, divenne dopo la guerra un rinomato pianista jazz.

Questo perché, come lui, molti conobbero questa musica o di contrabbando o tramite quei V-Disk che venivano dati all’esercito americano e tramite i quali, pure se in ritardo, anche in Italia si venne a sapere cosa stava succedendo negli Stati Uniti nell’ambito musicale.

«Quello che è successo a Ferrara» ci spiega Francesco «è molto legato al panorama universitario bolognese. Negli anni ‘50-‘60 molti giovani universitari si riunivano a suonare il jazz. All’epoca il passaggio era molto lento e negli anni ‘50 la periferia era ferma a quello che altrove accadeva negli anni ‘40. Già negli anni ’60 a Ferrara nasceva un circolo di appassionati di jazz».

Questo prese forza in particolare con l’avvento dei primi festival e con interlocutori come Umbria Jazz e il Festival Internazionale del Jazz di Bologna. Prima che il Circolo si stabilisse nel Torrione San Giovanni andava al Teatro Comunale a fare la stagione jazz.

In seguito, in quanto associazione culturale che da anni portava un servizio alla municipalità, si è capito che, sì, qualche concerto di particolare richiamo si poteva inserire dentro la stagione di concertistica classica, ma anche che il Torrione «poteva diventare in parte laboratorio e in parte luogo di transito di tutti quei musicisti legati al linguaggio della modernità che ancora si possono incrociare a cifre gestibili in un piccolo spazio, divenendo un luogo dove si potesse avere una maggiore ricercatezza e dar vita a un fattore musician’s musicians. Diventare insomma un humus fertile».

Negli anni lo è certamente diventato e i riconoscimenti per l’intensa attività culturale non sono mancati: sono stati cinque volte vincitori dei Jazzit Awards, di cui a brevissimo usciranno i risultati riferiti al 2016, e sono stati inseriti tra le “Great Jazz Venue” da “Down Beat”.

Adesso si è da poco conclusa con successo la XVIII edizione di “Ferrara in Jazz” e la gente viene da Milano, Firenze, Roma per sentire gli artisti che passano da qui o per suonare nelle Jam Session del lunedì sera. Quali sono i progetti per il futuro?

«Quello che sicuramente cercheremo di potenziare è il fatto che questo luogo possa essere utilizzato da altre associazioni culturali, che portano avanti con competenza altri linguaggi musicali, perché vadano a scardinare quei settori mentali per cui i pubblici fanno fatica a intrecciarsi. Sai, chi legge “Blow up” pensa che l’artista jazz che entra su quella rivista sia l’unico artista jazz che conta, chi legge “Musica jazz” pensa lo stesso dell’artista rock, chi va in teatro per la musica classica non verrebbe qui ad ascoltarla, come chi va al Locomotiv non andrebbe allo stesso spettacolo suonato in teatro… Insomma demolire gli steccati. Più questo diventerà un posto dove gli appassionati di elettronica potranno fare l’elettronica, “Ferrara sotto le stelle” potrà fare qualche cantautore indipendente oppure si potrà portare la musica da camera, più sarà un luogo di tutti gli operatori culturali della città. Ovvio che rimarrà il Jazz Club di Ferrara, ma se dentro gli 80 avvenimenti che si susseguono in questo spazio, 20 saranno cose differenti, noi saremmo felicissimi».