Un po’ di spazio anche alle lingue ad Internazionale durante l’incontro “In parole semplici” tenutosi nella sala conferenze della Biblioteca Ariostea e presenziato dalla terminologa e blogger Licia Corbolante, dal membro della Commissione europea Serena Di Benedetto e dalla traduttrice di Internazionale Bruna Tortorella.

Ma in che termini se ne è parlato? Le tre relatrici hanno introdotto il tema della conferenza con una citazione che contiene sei paroline perfette per riassumere il contenuto della stessa: ogni parola deve arrivare a segno. In pratica si è partiti mettendo in chiaro che in un mondo in cui le lingue sono in continua evoluzione è giusto usare neologismi e adattarsi ai nuovi termini, ma è anche doveroso pensare al lettore e al modo di arrivare ad un pubblico più ampio possibile.

Qui però è doveroso fare una distinzione (almeno secondo la Terminologia) tra termini e parole, tra nuovo ed esistente. Facciamo degli esempi per chiarire il concetto. Esistono, per esempio, termini (in questo caso da intendersi come termini specialistici) già esistenti (e che quindi non sono entrati nei vocabolari da pochi anni) che una volta venivano usati esclusivamente in ambiti specifici e che adesso fanno parte del lessico comune. Si pensi alla parola “DNA”. Fino a qualche decennio fa, il termine veniva usato solo nell’ambiente scientifico, oggi quante volte sentite dire “ce l’ha nel DNA” parlando con gli amici?

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Esistono anche casi in cui le parole esistenti (quelle del lessico comune che usiamo da molto tempo) acquistano un ruolo importante nell’ambito dei termini nuovi. Per esempio per anni abbiamo usato la parola “finestra” per indicare le grandi aperture fornite di vetro che abbiamo in casa, negli ultimi anni invece questa parola si è affacciata anche nella categoria dei termini nuovi in quanto in informatica viene usata per indicare l’interfaccia di un programma aperto.

Le parole e i termini sono dunque etichette che si possono spostare e che cambiano categoria molto più spesso di quanto possiamo immaginare, da termini a parole, da parole a termini, da nuovi ad esistenti e viceversa. Occorre anche sottolineare che le differenze si fanno ancora più numerose se passiamo da lingua a lingua. Una stessa parola può avere sfumature di significato diverse in lingue distinte. Prendiamo la parola rifugiato e il suo equivalente inglese refugee. Nella versione italiana il termine può essere letto come un participio passato, come un qualcosa che è già avvenuto, è dunque una persona che ha già trovato rifugio. In inglese, invece, i termini che finiscono in -ee spesso indicano che la sua condizione continua ad esistere, un refugee è un qualcuno che sta ancora viaggiando per trovare rifugio. Anche nella stessa lingua esistono tantissimi termini per indicare persone o cose che nella società vengono spesso agglomerate e identificate con un solo termine (come si può vedere nell’immagine qui sotto).

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Veniamo ora ai problemi che devono affrontare i traduttori per fare chiarezza in questo labirinto terminologico. Un elemento importantissimo per capire come tradurre un termine o una frase è sapere l’ambito o il contesto in cui appare e a chi è rivolto. Ad esempio, la Apple non ha rilasciato una traduzione ufficiale per il termine “pinch to zoom” (l’azione di allargare o stringere una pagina web o un’immagine su un dispositivo per zoommare). Ecco che i traduttori di ogni paese si sono sbizzarriti nel cercare la traduzione perfetta. La (forse) triste realtà è che a volte la traduzione perfetta non esiste. Esiste quella che più si addice a quell’ambito, quella più forzata che però rende bene l’idea, quella che suona male ma che è la traduzione letterale e via dicendo.

Non si possono lasciare i termini in inglese, allora? Qui la traduttrice presente alla conferenza ci spiega che è sempre preferibile tradurre se è possibile, trovare il termine italiano che più si addice a tutti i fattori considerati prima (ambito, contesto, pubblico). Qui entrano in gioco anche gli editor, che nell’ambiente giornalistico aiutano i traduttori a scegliere il termine più adatto. Gli anglicismi e i neologismi vanno usati solo quando ritenuti utili, e c’è chi nel mondo giornalistico (e non) ne abusa, magari perché “fa figo”, perché essere “international” è “cool”. Bisogna pensare, però, che non tutti i lettori sono avanti come te, giornalista o scrittore, che non tutti hanno le tue stesse conoscenze. È un tuo diritto ed un tuo dovere allo stesso tempo riuscire ad arrivare a più persone nel modo più diretto possibile, non complicarti la vita.

In definitiva, è bello che le lingue si mescolino e che entrino a far parte della vita di tutti i giorni. Da amante delle lingue, personalmente, trovo affascinante che i termini di idiomi che fino a qualche anno fa erano nettamente distinti oggi siano così vicini. Se non è necessario, però, andiamo incontro al lettore e usiamo la nostra bellissima lingua, giusto per stare sul sicuro.