Un nuovo studio ha permesso di poter affermare che il ritmo di crescita del Neanderthal era molto simile a quello dell’Homo Sapiens. Questa scoperta ha portato ad escludere che uno svezzamento tardo sia stato tra le cause che hanno contribuito alla scomparsa di questa specie umana.

A rivelarlo un lavoro di ricerca pubblicato sulla rivista “Pnas” con il titolo “Early life of Neanderthals”, che tra gli obiettivi ha quello di capire quando l’uomo moderno sia arrivato nell’Europa meridionale, i processi che ne hanno favorito il suo adattamento e le cause che hanno portato all’estinzione del Neanderthal.

Nello studio, come si legge in un comunicato diffuso dall’Università di Bologna anche esperti della University of Kent (Regno Unito), del Goethe University Frankfurt (Germania), dell’Università di Ferrara, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (IGAG) – CNR, del Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam”, dell’Università di Firenze, della Sapienza Università di Roma e del Natural History Museum of London (Regno Unito).

Ciò che è emerso dall’analisi dei denti da latte è che i Neanderthal facevano cominciare lo svezzamento dei loro neonati intorno al quinto o sesto mese d’età, con tempistiche molto simili a quanto succede per l’uomo moderno. I ricercatori sono riusciti a stabilire che i bambini a cui sono appartenuti i denti analizzati hanno iniziato a mangiare cibo solido proprio tra i cinque e i sei mesi d’età.

Tra l’altro, i dati emersi da questo studio hanno consentito anche di ricostruire alcune caratteristiche e comportamenti degli uomini di Neanderthal, facendo escludere che il numero ridotto della loro popolazione potesse essere connesso a tempi di svezzamento più prolungati rispetto all’Homo Sapiens, elemento che avrebbe portato ad una minore fertilità. “Questi elementi suggeriscono che i neonati di Neanderthal dovevano avere un peso simile a quello dei nostri neonati, un simile processo di sviluppo nelle prime fasi di vita e forse anche un possibile intervallo tra le gravidanze più breve di quanto si è pensato finora”.