Maison Movida: quando la crisi diventa un alibi

Domenica scorsa mi sono recato al ristorante Maison Movida perché all’ultimo istante avevo deciso di dedicarmi alla cucina brasiliana. Avevo già avuto modo di provare i piatti del locale e ne ero rimasto assolutamente soddisfatto, quindi non vedevo l’ora di abbuffarmi.

La cena mi è rimasta sullo stomaco senza nemmeno averla consumata.

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Arrivato di fronte al ristorante mi si è parato di fronte agli occhi il triste scenario della saracinesca abbassata e un cartello ha attirato la mia attenzione:

La storia però mi puzzava, e mi soni messo a fare qualche indagine per andare a fondo della vicenda.Chiuso per racket? L’Inps (il gestore ha scritto IMPS), la Polizia Municipale, il Comune e la Siae si sono messi a chiedere il pizzo? Ecco un altro ristorante che chiude per colpa della crisi e delle tasse troppo alte, ho pensato. Quanti ne abbiamo visti nei telegiornali di imprenditori costretti al fallimento, e che in molti casi si sono pure tolti la vita? Infatti la carta stampata e non solo, ha attribuito alla crisi globale la chiusura dei battenti di questa attività.

All’inizio del 2012 a Ferrara apre il Maison Movida, un ristorante brasiliano che offre tra le tante cose un menù “All you can eat” da ventiquattro euro che ho potuto gustare svariate volte. Nel 2013 apre anche la pizzeria Rodizio sempre sotto la stessa gestione. I proprietari sono Vittorio Borgazzi, Napoli, classe 1969, già titolare del Green Service (vendita di fiori) e la compagna asiatica Francesca Wang (il nome su facebook almeno è questo). Pochissimo tempo dopo l’apertura, il locale si appoggia al famosi siti Groupon, MyTablet e Tripadvisor per lanciare offerte ai clienti della rete. Al momento dell’apertura il locale contava uno chef, un capo addetto alla griglia, un aiuto cuoco, un lavapiatti/tuttofare e un cameriere.

Riesco a parlare con un dipendente, del quale ovviamente non citerò le generalità, che è molto amareggiato e che alla fine decide di raccontarmi la sua esperienza.

Lui lavora al Maison Movida sin da quando il locale ha aperto e mi dice che la situazione è un po’ più complicata della pur sempre tragica ma banale chiusura per fallimento (racket secondo il signor Vittorio).

Il nostro dipendente aveva un contratto di apprendistato ma già ad aprile 2012 era stato messo in cassa integrazione in deroga. E non era l’unico dei quattro dipendenti in forza al Maison Movida in quelle condizioni.

La cassa integrazione in deroga è un sistema di ammortizzatore sociale che nasce per tentare di dare un po’ di respiro agli imprenditori senza far rischiare il licenziamento ai dipendenti. Può usufruire di questo beneficio chi ha all’attivo novanta giorni lavorativi e l’Inps copre l’80% dello stipendio del dipendente. Ovviamente per essere messi in cassa integrazione bisogna ridurre considerevolmente la quantità di lavoro effettuate e la crisi dell’azienda non deve essere imputabile né al datore né al lavoratore.

Quindi i nostri dipendenti lavorano meno a causa della crisi ma vengono parzialmente risarciti dalla cassa integrazione in deroga?

Vero a metà. Cioè vengono pagati dall’Inps ma non diminuiscono il loro orario di lavoro. I dipendenti del Maison Movida non subiscono un calo delle loro entrate perché il restante 20% gli viene versato dal capo.

Cioè pago 20, l’Inps paga 80 ma i miei operai continuano a lavorare come al solito.

Ma non era l’Inps a esercitare il racket?

È anche interessante il fatto, che certo può anche trattarsi di una semplice coincidenza, che nei giorni scorsi era allo studio del governo e al senato era già stata data l’approvazione, di una restrizione proprio per quanta riguarda la cassa integrazione in deroga. Stando al nuovo testo, che ha valore retroattivo, dal primo gennaio di quest’anno, potrà beneficiare di questo ammortizzatore sociale chi ha all’attivo dodici mesi di lavoro (non più novanta giorni) e dovrebbero essere esclusi i contratti di apprendistato.

Ricordate il tipo di contratto del nostro dipendente? Proprio contratto di apprendistato. Probabile coincidenza certo, però è giusto riportare tutti i fatti a mia conoscenza.

Infatti non nego di aver sempre mangiato bene durante le mie cene al locale.

Tra le altre peripezie vissute dal ristorante, risulta una multa per lavoro in nero da parte dell’Ispettorato del lavoro. Forse i controlli saranno pure restrittivi ma se gli ispettori arrivano e non trovano irregolarità se ne tornano anche a casa. Fonti interne al locale mi dicono anche che erano stati assunti due filippini, uno con contratto e di uno si dubitava persino che fosse in possesso del permesso di soggiorno.

Viste le mie precedenti esperienze e visto che era da qualche mese che non andavo a cenare in quel ristorante, mi sono connesso su Tripadvisor per aggiornarmi grazie alle recensioni più recenti delle mie.

Sono rimasto abbastanza interdetto, lo ammetto.

Molte recensioni positive, ma da dicembre del 2013 qualcosa sembra essere cambiato. Aumentano esponenzialmente le critiche dei consumatori e i loro resoconti sono molto interessanti.

Molti avevano prenotato tramite Groupon o Mytablet (la mia stessa fonte mi confida che circa il 70% dei clienti del ristorante si presentavano con coupon e quasi la totalità dei clienti della pizzeria era munita delle offerte dei siti sopra citati) e quasi tutti, da dicembre in poi, dichiaravano che, pochi giorni prima della data prenotata, il proprietario li contattava, via telefono o via mail, scusandosi per il disguido (la colpa era sempre di Groupon) ma che le loro prenotazioni non erano valide. Li pregava poi di riprenotare direttamente da lui senza passare prima dai siti.

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Questo a dicembre. A gennaio ancora peggio.

Infatti dopo il 31 dicembre il ristorante non ha più riaperto i battenti e i poveri clienti si sono visti annullare tutte quante le loro prenotazioni, fortunatamente rimborsate da Groupon, colpevole ma evidentemente onesto. Alcuni dichiarano di aver visto, nella serate del quattro e cinque gennaio, camion che caricavano materiale dal ristorante, svuotandolo completamente.

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Eppure i dipendenti erano certi della riapertura (li aveva rassicurati il signor Vittorio in persona) e non si aspettavano certamente di ritrovarsi il 21 gennaio (erano andati in ferie per venti giorni) la saracinesca abbassata davanti ai loro occhi. Senza un lavoro senza nemmeno saperlo.

Da allora non sono più riusciti a parlare di persona con lui se non tramite qualche sporadico messaggio e si sono visti costretti a rivolgersi al sindacato per risolvere il loro problema.

E non era un problema da poco. Loro infatti, per beneficiare della disoccupazione, avevano bisogno della lettera di licenziamento, che hanno ottenuto molto faticosamente, e non dalle mani del loro ex datore di lavoro. In più si trovano a non aver ancora incassato le mensilità di dicembre, la tredicesima, le ferie e la liquidazione. Il dipendente che ha deciso di raccontarmi la sua esperienza mi parla di cifre che oscillano dai quattro ai sei mila euro. Non sono spiccioli insomma.

Ho provato a contattare il signor Vittorio Borgazzi ma mi ha riferito di trovarsi all’estero. Gli ho detto che ero disponibile ad ascoltare la sua versione via email ma non ho ricevuto nessuna risposta. Credo sia superfluo ma necessario dire che, qualora lui o la signora Francesca Wang, avessero cambiato idea e volessero fornire un racconto diverso, possono sempre contattare la redazione.

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Ciò che mi sento di dire al momento è che non bisogna mai assolutamente confondere vere vittime con presunte tali. La storia recente del nostro paese è piena di imprenditori finiti sul lastrico che però non hanno mai tentato la strada dei raggiri, e molto dignitosamente hanno chiuso l’attività, dispiaciuti per loro e per i loro dipendenti. Se passa il concetto che le istituzioni sono sempre “i cattivi” e chi fallisce sempre “i buoni”, rischiamo di creare qualunquismi e screditare gente per bene senza motivo. I casi vanno approfonditi ed esaminati singolarmente.

Sennò rischiamo di fare il gioco di quelli che il racket lo praticano per davvero e allo stesso tempo insultiamo quelli che sono veramente costretti a pagarlo, o ancora peggio, quelli che rischiano la vita per non sottostare a questa violenza.

Ah, io non ho ricevuto risposta, ma molti recensori di Tripadvisor si. Ecco una breve carrellata (alla faccia del motto “il cliente ha sempre ragione”).

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