Premessa: in questo articolo poco serio userò i termini “terrone” e “terronaggine”. Non intendo urtare la sensibilità di nessuno, anche perché se li ritenessi termini offensivi, offenderei anche me stessa. La prossima volta che qualcuno vi dà del terrone, siatene fieri.

Detto questo, vi vado ad esplicare brevemente quello che vivono ogni anno le persone che tornano a casa per le vacanze da Roma in giù. Vi racconterò la mia esperienza personale, ma dai racconti dei miei amici meridionali ho appurato che le meccaniche e i moti di disperata rassegnazione sono gli stessi per tutti. Sono figlia di due genitori di origini terrone, per gli ultimi 18 anni della mia vita abbiamo sempre trascorso le feste dai parenti di mia mamma, ubicati nella ridente Pomezia, governata dalla coattaggine tipica del Lazio e dalla chiusura mentale tipica della provincia (a cui mi sono un po’ affezionata, devo ammetterlo).

La prima difficoltà per chi torna giù è il viaggio. Negli ultimi anni, con i treni ad alta velocità, in neanche 3 ore arrivo a Roma Termini pulita e profumata. Fino a 5 anni fa le alternative erano due: la macchina o il terribile Intercity. Nel primo caso partivi la mattina alle 10 con la speranza di arrivare a destinazione in primo pomeriggio, così da poterti fare una doccia e rilassarti prima di cominciare a mangiare come un disperato. Tutte speranze vane. Arrivavi sul Grande Raccordo Anulare già con 1 ora o più di ritardo, lì poi era il disastro. Gente che era ferma lì dalle ultime Olimpiadi, vicini di macchina che probabilmente avevano messo su famiglia su quell’asfalto che non perdona. Quando già pregustavi le fettuccine de nonna tua, ti trovavi quindi incastrato nel traffico folle per ore. Tra l’altro probabilmente avevi l’angolo di una valigia piantato in un fianco, la borsa con i regali che ti torturava la tempia destra ad ogni frenata e le gambe piegate come un maestro di yoga per fare spazio ad altri inutili oggetti. Sì, perché quando il terrone torna a casa non parte mai leggero. Solo con i regali per i suoi 4849 cugini di primo grado ci occupa mezza macchina, figurarsi con il resto. E al ritorno è peggio, perché ti porti dietro montagne di cibo che al nord non troverai mai. Neanche dovessi rimanere bloccato in autostrada per il resto della tua vita. Ma come si fa ad abbandonare un ben di Dio così?

La seconda opzione, quella dell’Intercity, forse era anche peggio. Ti facevi una levataccia per arrivare presto, il treno era mediamente in ritardo di 3 ere geologiche e quando arrivava ti sembrava di essere entrato in un romanzo distopico e post-apocalittico, uno che avrebbe fatto dire ad Orwell “allora scusa, sei mejo te”. Riscaldamento che sputava fuori polvere e aria fredda, sedili imbarcati e macchiati e altre cose che voi umani non potete neanche immaginare. Poi, se in macchina si parlava di autolesionismo a causa delle valigie, in treno passavi il viaggio a scusarti con gli altri passeggeri. Stinchi demoliti, borse cadute in testa ad anziane signore ignare, calci dati al tizio seduto davanti a te quando ti si atrofizzavano le gambe e non rispondevano più ai comandi e altre mille atrocità che ti facevano lampeggiare davanti agli occhi una scritta immaginaria: “MA CHI ME L’HA FATTO FARE?“.

Poi arrivavi a destinazione e credevi di poterti rilassare. Nah-ah. “Allora dobbiamo andare a fa’ la spesa pe’ 45 persone, ho invitato giusto i parenti stretti al Cenone quest’anno. Poi andiamo a saluta’ zia Mariuzza, zio Peppe, tuo cugino Carinfide, tua cugina Fabiola… Ah, sai cos’ha fatto quella pazza? Ti ricordi Daniele? No, non quello della pizzera di Torvaianica. Quella pizzeria tra l’altro fa na’ brutta fine. Ecco, dicevo Daniele, quello tatuato che sembra tu’ cugino Lello… Ah, te l’ho detto che è uscito di prigione?” e andava avanti così per ore. Se non ti facevi vedere dai parenti, ti disconoscevano o te lo facevano pesare per secoli, ma in fondo volevi loro un gran bene e andavi a trovarli tutti, tutti e 8948. E mentre andavi, tua nonna, tua zia o chiunque fosse l’executive manager della tua “vacanza” lì ti aggiornava su tutti i gossip degli ultimi mesi. Erano gli stessi da anni, così come si litigava sempre per le stesse cose a tavola. Ma tu ti sentivi a casa, le incazzature erano quasi piacevoli. Quasi.

L’ultima fase era quella delle cene della Vigilia, di Natale e di Santo Stefano. Era la fase più impegnativa perché combinava parentame, cibo, regali e gioco d’azzardo. Durante i pasti che duravano ore, dovevi rispondere alle domande di tutti senza perdere la calma. C’era zia Santuzza che era abilissima nel trovare i pochi momenti di silenzio assoluto per farti le domande più imbarazzanti tipo “l’hai poi preso quell’epilatore a luce pulsata per i tuoi problemi coi peli incarniti?” o la temutissima “e allora, ‘sto fidanzatino quando ce lo fai conoscere?” e tu immaginavi di rispondere “zia, piuttosto che darlo in pasto a voi preferirei morire divorata dagli Alsaziani, sola e circondata da gatti“. Passata la fase della cena, da cui ti alzavi rotolando, arrivava lo scambio dei regali. Io lo chiamavo “il commercio dei calzini e delle mutande“. Chissà perché gli adulti sono convinti che siano dei regali di emergenza utili e sempre apprezzati…

L’ultima fase era quella del gioco d’azzardo. Tombola, Bestia, Scopa, Burraco, Poker, il salone di casa mia diventava la peggiore bisca di Caracas. Mio nonno iniziava a litigare con mio zio, che insultava il mio altro zio, che metteva in mezzo mia mamma, che chiamava mia nonna che chiedeva la mia opinione, che alla fine mi prendevo gli insulti di tutti perché non volevo prendere le parti di nessuno. Neanche stare in un angolo ad abbuffarsi di pandoro serviva. Ecco, ora prendete queste fasi, ripetetele almeno 6 volte e saprete cosa succede nel periodo natalizio al sud. Dopo l’estenuante crociata te ne tornavi su a casa tua. Eri felice di tornare alle tue abitudini, ma anche pieno di malinconia e nostalgia. Ti sarebbero mancate la tua famiglia, la tua città e persino tua nonna che ti rincorreva per casa per farti mangiare l’occhio dell’abbacchio. Qualche volta mi sono fatta il tragitto di ritorno con la valigia piena di cibo, la testa piena di pensieri e gli occhi pieni di lacrime.