Della serie chi ce l’ha più lungo, il tempo per la fila sia chiaro.

Se con i National si era andati ad accarezzare dolcemente l’edicola subito dopo il Savonarola, stavolta il grande cordone ombelicale composto da trepidanti fans, subito dopo il giornalaio ha eseguito una magistrale curva a gomito, per poi proseguire per altri dieci metri.

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Spaesati i passanti che non capivano in quale anfratto della fila potessero valicare la muraglia, compiaciuti invece gli stuoli di umarells che non vedevano un tale spettacolo da quanto gli operai avevano celermente finito i lavori in centro, facendoli sprofondare nell’inquietudine e nel torpore.

Trepidanti ragazze si sono fatte affiancare da rassegnate madri, maschi di tutte le età, donne adultolescenti non accompagnate da prole, giornalisti contenti di ascoltare il concerto, fotografi lieti solo per le caramelle regalate a piene mani all’ingresso.

Il concerto dei Bastille e di George Ezra si preannunciava come un eterogeneo sottobosco di esistenze.

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Se ne sono contate precisamente 3500, a raccogliere le sonorità di due realtà inglesi, che nonostante la giovane età, si stanno prendendo un bel pezzetto della scena musicale internazionale.

Alle 20.15 è il turno di Ezra, il quale si fa largo attraverso centinaia di palloncini verdi, ciò che invece non ha alcun problema ad occupare tutta Piazza Castello è la sua voce, profonda, intensa, se fosse un vino si potrebbe dire corposa.

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Imbracciata la chitarra che è andata a coprire la camicia stile indie-rock britannico George Ezra ha intonato gran parte del suo album d’esordio:“Wanted on voyage”, che senza i clamori più propri dei Bastille, si è subito messo in rilievo dando a questo ragazzotto dalla voce piena la dovuta gloria.

Tra le tracce suonate si sono potute annoverare: Blame it on me, Cassy O’, Listen to the Man, Drawing board, Benjamin Twine, Leaving it up, Stand by your gun, Spectacular rival ed infine la sempiterna Did you hear the rain?.

Un breve dj set ha separato lo stile cantautoriale, simil folk di Ezra, dall’arrivo dei beniamini della serata, coloro per cui le madri sopracitate si sono sobbarcate la spesa di 34 euro per il biglietto più viaggio, solo per accompagnare la propria prole a saltare sulle note dell’album “Bad Blood”.

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Il cantante pare uno dei tanti giovini che si possono incontrare in Piazza Ariostea ad ogni ora, l’aspetto ribadisce il concetto: sono ancora dei ragazzi i Bastille, al secolo: Dan Smith, Chris Wood, Kyle Simmons e Will Farquarson.

La band trasuda energia, la stessa che viene raccolta da un pubblico frenetico che non si lascia scappare nemmeno un momento per poter ballare con uno sguardo estatico verso il palco, tra lo svolazzare incessante dei palloncini che vengono lanciati da una parte all’altra della folla.

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Ancora una volta, come i Kodaline, siamo di fronte ad una band che porta con sè solo un album, quindi nessuna indecisione di scaletta, si butta tutto dentro nella suggestiva cornice di Ferrara: Weight of living, Laura Palmer, Poet, Overjoyed, No angels, Blame, These Streets, The silence, Things we lost, Laughter lines, Oblivion, Icarus, The Draw, Flaws e la cover Rithm Of the night.

Rischia davvero grosso il cantante Dan Smith quando ad un certo punto scende dal palco per iniziare a camminare in mezzo la folla senza mai fermarsi di cantare, fin qui niente di nuovo se si esclude che oltre alla folla anche i negozi posti vicino al palco hanno potuto assistere alla sortita di Smith.

Dopo tutto questo Smith si è finalmente riappropriato del palco per proporre quella che fino a quel momento era la grande assente, il pezzone del gruppo, quello che tutti sanno cantare: Pompeii.

“Can you feel Ferrara?” urla Smith mentre attorno a lui gli altri tre musici non esitano a far sentire la loro incessante presenza fino all’ultima nota che, una volta svanita, lascia gli astanti assorti nel pezzo che ha annunciato i Bastille al mondo intero.