Esattamente un anno fa scrivevo un post – sulla mia bacheca di Facebook – che raccontava un aneddoto, motivo di successiva riflessione. Era un periodo in cui cercavo di spingermi oltre, pensavo che la felicità veleggiasse lì, da qualche parte e che, per raggiungerla, dovessero essere percorse ancora centinaia di miglia nautiche, affrontati draghi a tre teste e attraversati gli antri delle caverne più scure. Per questo motivo, alla fine della giornata di lavoro, mi ritrovavo sul mio letto a sfogliare pagine di biografie di persone che “ce l’avevano fatta”.

Gli eroi però – a volte – potrebbero essere a pochi metri dalla propria porta di casa. E così è stato. Hamad aveva 17 anni il 22 ottobre del 2016 quando riuscì, con il suo accento straniero, un sorriso disarmante ed una frammentata peluria al posto di baffi veri, a distruggere ogni mia precedente convinzione.

Nato in Pakistan, a Gujirat nella regione del Punjab, ma residente in Italia dall’età di 6 anni, è giunto in Emilia Romagna assieme alla sua famiglia. Il papà lavora in un negozio di alimentari a San Martino, ha un fratello e una sorella più piccoli, ha frequentato le scuole elementari, medie e superiori in Italia.

Hamad ha sempre avuto le idee chiare: ha scelto di frequentare il Vergani perchè da grande desiderava diventare un pizzaiolo. Non un superchef stellato, non un nome altisonante da inserire nella rivista del Gambero Rosso. No, semplicemente uno che riuscisse a fare della buona pizza.

Alla fine dei tre anni di studio, ebbe finalmente una proposta dallo zio che, dopo anni di lavoro come porta-pizze e aiutante pizzaiolo, riuscì a rilevare l’attività presso cui attualmente lavora. La sua reazione credo dovesse somigliare a quella di quando, per ischerzo, mio cugino mi disse che mi avrebbe regalato una stazione di servizio con tante pompe di benzina. Un sogno che ancora oggi ritengo inspiegabile, ma che mi riempì la giornata di grandi speranze per il futuro.

Lo zio di Hamad, titolare della pizzeria, vive da 10 anni in ciò che – ancora oggi per tanti – è la fucina del degrado e dello spaccio a Ferrara: “il Grattacielo”.

“Lui dice di trovarsi bene – mi racconta a distanza di un anno dal nostro primo incontro – ormai sa come comportarsi e non ha più paura”. Hamad invece vive in Krasnodar, dalla parte opposta rispetto al luogo di lavoro. Ben 5 chilometri da fare in bici ogni giorno, ma non sono queste le sue distanze. Dopo un anno di lavoro, è riuscito a mettere i soldi da parte per affrontare il viaggio che attendeva da circa 10 anni: tra due settimane sarà in Pakistan per riabbracciare i suoi nonni. E’ questo il suo sogno più grande, tornare nel suo territorio ed avere una famiglia da riuscire a mantenere.

“È vero quel che si dice in Tv – prova a giustificarsi quasi reggendo le colpe di altri – ci sono attentati ogni tanto, ma la situazione non è così esasperata. I miei nonni, cugini, parenti son tutti lì. Se ci fosse la guerra ogni giorno, sarebbero venuti in Italia”.

Durante la chiacchierata, il tema gradualmente si sposta verso il nostro territorio e sulle relazioni intrecciate qui. Hamad ama l’Italia, apprezza particolarmente le lasagne, le tagliatelle e ancor di più la pizza. Mi riferisce, con la stessa emozione di un adolescente al concerto di Benji e Fede, anche di quella volta a Napoli davanti ad un piatto di pizza. Un colpo di fulmine sin da subito.

“Ne capitano tante all’ interno di una pizzeria – mi svela con un sommesso rammarico – almeno una volta a settimana persone molto adulte italiane entrano, guardano che ci siamo noi pakistani ad infornare, si guardano intorno e vanno via. Vorrei far tanto provare la mia pizza per dimostrare che anche la mia è buona”.

A scuola non ha mai avuto problemi di integrazione, gli amici continuano a chiamarlo per uscire insieme, ha da subito instaurato un rapporto fortissimo anche con i professori.

“Qui c’è più rispetto che da noi –  parla orgoglioso Hamad – si fa subito amicizia, conosci subito tutti, sono molto contento di vivere qui perché una volta che gli italiani diventano tuoi amici, son pronti a darti anche il cuore”.

I problemi sorgono con persone un po’ più anziane.

“Non riescono a guardarmi come un ragazzo italiano – riflette dispiaciuto – eppure io mi sento italiano non pakistano. A casa non riesco neppure a parlare bene la mia lingua con i miei genitori. Anche al bar ogni tanto qualche battutina sugli attentati me la fanno, un po’ ci rido, un po’ ci penso”.

Hamad lavora tanto: tutti i giorni dalle 10.30 alle 2.30 per poi ripartire alle 17.30 fino alle 00.00. A quel punto mi son subito chiesto come riuscisse ad accettare a quest’età una vita priva di serate, amici e locali.  Semplicemente perché non ha queste necessità. Non gli dispiace affatto essere al lavoro mentre i suoi compagni escono e si divertono. È cosí entusiasta del suo lavoro che non l’ ho mai visto senza sorriso.

Un anno fa mi rispose così:

“Michele, ma dimmi tu, come posso non esserlo? Sono qui in Italia, faccio le pizze, da sempre il mio sogno più grande, aiuto mio zio e con questi soldi regalo anche un po’ di serenità alla mia famiglia. Cosa potrei meritare di più?“.

Meritare. Una parola rimbombata un milione di volte al secondo. Improvvisamente ebbi un attimo di confusione:  a me è stato sempre insegnato il contrario, pensai. Di credere di meritare a prescindere. Di andare alla ricerca di qualcosa che fosse sempre oltre: una sorta di superuomo capace di raggiungere qualsiasi obiettivo, spostare la bandierina più avanti e di continuare all’infinito. Una modalità che non ha fatto altro che alimentare la mia perenne inquietudine.

Che sia questa una delle cause principali del mio iniziare a lavorare più tardi di lui? Sarà forse colpa del mio essermi abituato a pensare oltre ogni confine? Su quel  “prima o poi chiedendo sempre di più avrò ciò che merito?”

Beh, questo non lo so con precisione, ma ogni volta che lo vedo sorridente mentre stende l’impasto, ogni volta che soddisfatto mi dice “eh Michele, te l’ ho fatta bene , guarda come è bella, perfettamente tonda”, anche dopo una stressante settimana di lavoro, sorrido anche io.

Che non abbia scoperto Hamad la ricetta della felicità?

 

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