Tempesta, vento, fiumi creati in pochi minuti nelle principali arterie della città, anguilleschi bagarini pronti a vendere la loro preziosa materia prima, fila biblica fino al Leon d’oro, kway e una distesa di ombrelli.

Questo era lo scenario che si presentava a quasi un’ora dall’inizio del concerto del trio inglese Alt-J, il secondo appuntamento per l’edizione 2017 di Ferrara Sotto le Stelle e unica data italiana della band.

Il concerto era di quelli grossi, un live capace di radunare 5.000 anime in piazza Castello e di segnare il primo sold-out di quest’anno, ma procediamo con ordine.

Aggirandosi tra le file di fan accorsi da tutti Italia, due ore prima, circolava la voce bastarda e allarmista che se il meteo non avesse concesso un armistizio il concerto sarebbe stato spostato ad altra data.

I biglietti venduti abusivamente, intanto, toccavano quotazione che andavano dai 60 agli 80 euro, contro i 40 di listino.

Ma l’apocalisse non ha colpito Ferrara, con buona pace della statua del Savonarola collocata a pochi metri dall’ingresso del festival, e così il cielo ha deciso di aprirsi il necessario da permettere ai fan giunti da tutta Italia di poter riporre ombrello, teli di plastica e kway.

Scrivere degli Alt-J è un’impresa ardua, vogliate quindi perdonarmi se mi avvicino troppo al sole e precipito; è complesso parlare della loro musica perché mancano le pietre d’angolo, i punti di riferimento che permettono di inquadrarli dentro un contesto, all’interno di un determinato genere per poi inserire il pilota automatico alla penna che ne descriverà le gesta.

Il concerto inizia puntuale alle 21.45, dopo l‘apertura affidata ai The Lemon Twigs, e così appaiono loro, “i tre amici che amano fare musica” come si autodefiniscono, su un palco che è un inno alle geometrie.

Ognuno dei tre, Joe Newman alla chitarra e voce, Gus Unger-Hamilton alle tastiere e Thom Green alla batteria, occupa un terzo del palco; a dividerli una coreografia fatta di pali che creano una ‘selva luminosa’ e che avranno un preciso ruolo nei giochi di luce geometrici a cui fa da contraltare il gigantesco ledwall collocato alle loro spalle.

Il live è stato un sapiente equilibrio tra passato e presente: a spalancare il mondo degli Alt-J ci ha pensato 3WW, primo brano dell’ultimo album uscito appena 20 giorni fa, in cui il giro di chitarra acustico si libera del retaggio classico per abbandonarsi a un loop di beat ovattati e chitarra che fanno entrare in gioco anche la voce di Newman: “I just want to love you in my own language”.

La pace è labile e viene subito interrotta da Something Good, forse il brano più conosciuto del trio inglese, che in un altro loop di chitarre fa irrompere il ritornello che viene cantato a piena voce dai 5000 presenti.

Passano altre due canzoni e il concerto inizia ad entrare nel vivo, ma è in quel momento che la spada di Damocle che fin dall’inizio sembrava pendere sul live cade e colpisce.

Non si tratta però della pioggia, annunciata e maledetta, ma di un guasto tecnico che porta i musicisti a lasciare il palco per 10 minuti abbondanti, tra le file di pubblico si inizia a temere il peggio, ma tutto viene risolto.

“Scusa, ci dispiace” annuncia Newman e si riparte con Nara, dall’album This is all yours del 2014 che placa gli animi e conduce il pubblico ad uno dei vertici del concerto con Matilda.

I 5000 rispondono bene, cantano in coro “and she needs you, this is for Matilda“, poi viene il turno di Taro e Fitzpleasure.

L’encore che chiude il live di quasi due ore è affidata a Intro1, Left hand free e Breezeblocks che direttamente dall’album “An awesome wave” abbassa il sipario allo spettacolo e accompagna il pubblico che in maggioranza appara soddisfatto dell’esibizione.


Già, ma il pubblico?

Ragazzi giovani perlopiù, età compresa tra i 20 e i 30 anni, la maggioranza caratterizzata da un look hipster, anche se qualche esponente dall’aspetto più da Modena City Ramblers non mancava.

Educato e composto, capace di capire quando era il momento di abbandonarsi ai cori e al ballo. Il nero il colore dominante dei vestiti dei 5000.

Intercettate diverse opinioni contrastanti sull’ultimo lavoro del trio londinese, chi lo adorava e chi lo definiva un buco nell’acqua. Presente anche Vasco Brondi de Le luci della centrale elettrica nella parte più dietro della folla, forse per vedere cosa accadrà sul palco dove, tra qualche settimana, suonerà anche lui.

Qualche ubriaco portato via dall’ambulanza e avvolto nella coperta termica, si riprenderanno e malediranno quella birra di troppo che non gli ha fatto sentire gli Alt-J.

Tutti abbastanza educati nello sfollare per poi perdersi nella movida di Ferrara di cui il festival è stato ancora una volta un’ottima vetrina.


Terminato il concerto si ha ancora in testa la sensazione che inquadrare gli Alt-J sia un’impresa piuttosto ardua, c’è chi ci ha provato definendoli i nuovi Radiohead, ma come loro affermano “chi ha bisogno dei nuovi Radiohead quando ci sono già i Radiohead?”.

La personale opinione di chi vi scrive, al fin della fiera, è che ogni volta che esce un nuovo loro lavoro sembra che si abbia a che fare con un’altra band che potrebbe essere inquadrata come “i nuovi Alt-J” e questo, se ci si pensa bene, è già una rivoluzione.