Sono stato al funerale di Anzul, l’uomo delle stelle.

Eravamo in tanti a dare l’ultimo saluto all’astronomo tuttofare di Sabbioncello di San Pietro, a quell’ex operaio della Berco che amava esplorare il cielo dal suo osservatorio artigianale assemblato nel giardino di casa.

In quanti eravamo? Non lo so, non ho mai capito come si conta una folla. Due o trecento persone, direi. 263 o giù di lì. Tutti ammassati in una chiesetta di campagna a sentir parlare uno degli unici – il parroco – che Anzul neanche lo conosceva e che quando guarda il cielo, poco ma sicuro, non va alla ricerca di giganti rosse o stelle di neutroni.

image

Poco importa, sappiamo tutti come funzionano i funerali. Si recitano preghiere che tutti sanno a memoria, si ripetono concetti abbastanza standardizzati per chiedere il solito perdono divino per i soliti peccati dell’umanità.
Il mio sopracciglio sinistro – visibilmente perplesso – resta inarcato per più o meno tutta la durata della funzione religiosa.

Chiariamoci: essere credenti è un diritto di tutti e noi atei dobbiamo stare al nostro posto e portare rispetto. Ma dopo una vita passata in coda al supermercato o agli uffici postali o alle casse del Malua (poco cambia), questa omologazione finale della nostra esistenza mi è sempre sembrato l’ultimo degli affronti. L’ultimo schiaffo di un mondo a cui non è mai importato molto nè del tuo nome nè delle tue piccole o grandi peculiarità. E infatti è tutto molto semplice per il parroco che parla dell’anima di Anzul senza parlare della vita di Anzul: basta recitare qualche pater noster e invocare perdono per peccati generici su cui non vengono fornite ulteriori indicazioni.

Dal mio angolo di chiesa in fondo a sinistra mi viene in mente l’immagine di un avvocato d’ufficio svegliato di soprassalto per una direttissima. Ci manca solo che il prete ammetta di non essersi studiato il fascicolo e chieda le attenuanti generiche da equiparare alle aggravanti.

Non mi piace. Lo trovo poco rispettoso perchè dovremmo parlare con sincerità almeno per l’ultimo saluto, dopo una vita passata più o meno in maschera. Senza altre formalità ipocrite. E nel caso di Anzul mi piace ancora meno, perchè la vita di quell’uomo aveva davvero qualcosa di speciale da insegnare.

Angelo non aveva nemmeno terminato la scuola dell’obbligo perchè ha dovuto lavorare fin da giovanissimo. Era un’autodidatta che ha dedicato la sua vita alla curiosità, che forse è ancora più importante della vera scoperta. Dal 1992 sono passate qualcosa come 90mila persone per il suo osservatorio.

Angelo li ha accompagnati uno per uno a farsi un giretto tra la foschia padana della Via Lattea e gli abbaglianti sparati nella notte dei quasar. Non ha mai voluto un soldo perchè amava condividere la conoscenza. Non ha mai voluto un soldo perchè da lassù, dallo spazio, aveva capito che valore dare alla vita. E io questo lo ammiro.

unnamed (29)

Non sto più ascoltando il parroco da un po’. Anzi, sono uscito a fumare una sigaretta parlando del default argentino con un fotografo argentino (strani incontri si fanno ai funerali) e forse Anzul al nostro posto avrebbe fatto lo stesso. Quindi quando rientro in chiesa mi sono perso il cambio di guardia: il prete si è fatto da parte e una signora bionda legge una dedica ad Angelo, finalmente.

Vedo che anche il pubblico è più attento e credo che – se esiste – lo sia anche Dio, che d’altra parte ha già sentito miliardi di volte il padre nostro ma nessuno gli ha mai raccontato delle imprese di Angelo Fiacchi. Il funerale – passatemi il gioco di parole – comincia a rivitalizzarsi.

È a questo punto che scatta il fattaccio. L’affronto finale. Il colpo di coda di quella brutta bestia dell’omologazione. Dopo la signora bionda tocca a un tipo con la barba tenuta bene che legge da due fogli A4 alcune dediche per Anzul. Sono tutte frasi raccolte dalla rete: un po’ da estense.com e credo un po’ da facebook o arrivate per e-mail ai parenti. C’è gente che scrive dal Friuli o dalla Sicilia ringraziando Angelo per i suoi insegnamenti, e ci sono piccoli aneddoti sulla sua vita. Ci sono pensieri pensati col cuore e bagnati da qualche lacrima. Beh, che dire? C’è la vita di Anzul e io in fondo ero venuto qua per questo. Mi siedo.

A quel punto quel sant’uomo del parroco si avvicina e dice qualcosa all’orecchio di uno dei parenti. Mezz’ora dopo scopro cosa si sono detti, ma per ora grazie a un escamotage narrativo faremo finta che io sia lì appollaiato su una sua spalla ad ascoltare. “Sei stato poco corretto – dice il prete/avvocato – con tutte queste dediche da leggere”. I parenti di Anzul non credono alle proprie orecchie: in fondo siamo stati tutti là dentro 40 minuti a fare la messa Cattolica/Apostolica/Romana e poco meno di 12 minuti a parlare di Angelo. Non sanno se appellarsi alla legge sulla par condicio o alla pazienza di San Pietro. 

Il sant’uomo però ha deciso di imporre la propria volontà e si avvicina al tipo con la barba che legge. Lo prende per un istante in privato e gli comunica di interrompere la lettura. “Questo non è un palcoscenico”, sono le sue parole. Chiaramente nessuno ha voglia dimettersi a discutere: l’uomo al microfono legge l’ultima dedica e saluta Angelo, senza che la maggior parte dei presenti si accorga degli ordini passati dalla scuderia.
L’apparenza, anche questa volta, è salva.

unnamed (27)

Prima che il feretro esca dalla chiesa c’è ancora tempo e spazio per l’eterno riposo, la comunione, l’osanna e per il parroco che spruzza una miscela di acqua salata sulla bara di Angelo. Un gesto di cui non capirò mai il significato. Nel frattempo ho tempo per fumare altre due sigarette e per concordare col fotografo argentino che la sentenza di New York che ha portato al default sia una mossa delle potenze occidentali per fermare il boom dell’America Latina. Strani discorsi si fanno ai funerali.

Alla fine il carro funebre parte verso il cimitero e fa tappa davanti all’osservatorio di Anzul. Io salgo sull’Alfa e mi avvio per tornare a Ferrara. E forse sarà colpa di tutti i cd deprimenti che ascolto in macchina, ma mi viene un po’ di malinconia a pensare ad Anzul che passa davanti al suo telescopio, il simbolo della sua libertà, solo per poi venire scortato sotto terra in un boschetto di croci tutte identiche. E mi viene un po’ di rabbia a pensare al parroco che interrompe la lettura delle dediche, e che durante il sermone dice che “dobbiamo prendere di Angelo ciò che di buono ha fatto” (come se il resto facesse schifo?) e che “dentro di noi c’è un universo molto più importante da esplorare: quello spirituale” (credo che dicessero più o meno le stesse cose a Galileo Galilei, qualche anno fa).

Non so cosa ne penserebbe Angelo. I parenti con cui ho parlato non mi hanno saputo dire se credesse o meno in Dio o in qualche altro genere di grande demiurgo. Mi hanno solo detto di essere scioccati dalla “cafonaggine dei preti” e che “nessuno poi si meravigli se la gente non va più in chiesa”. Come dar loro torto? Non ho idea di cosa serva per diventare vicari di Cristo, ma credo che Gesù di Nazareth concorderebbe con me sul fatto che un minimo di sensibilità umana, tipo quella di non battibeccare con una famiglia in lutto, sia il più basilare dei requisiti.

Credo concorderebbe anche sul fatto che nessun Dio si offenderà se al posto dell’ennesima preghiera recitiamo una dedica col cuore. E forse anche sul default argentino troveremmo qualche punto di incontro. D’altra parte Gesù di Nazareth non era un prete nel senso professionale del termine.

Ciao Angelo. Non so se tu sia vicino a Dio o agli ammassi di elio e idrogeno che quaggiù usiamo per fare l’oroscopo. Ma una cosa è certa: ora sei lontano da quella chiesetta di Sabbioncello e da tutti i suoi rituali, dalle sue ripetizioni, dalle sue omologazioni.

E credimi: il peggio è passato. Grazie.

 

Di Ruggero Veronese