Le Quattro Chiacchiere di oggi si inseriscono nel contesto tipicamente primaveril-ferrarese delle Giostre di San Giorgio e di quello strano e nostro piccolo microcosmo che si viene a creare in questo periodo. Ci troviamo in un baretto del sottomura e mentre chiacchieriamo, io e Filippo Cavallini, ci interrompiamo di tanto in tanto per via del volume della musica. Passati i picchi di bassi sparati abbastanza forti per essere sentiti a Francolino, proseguiamo con i nostri caffè e le mie domande.

Filippo, da tutti detto Pippo, ha da una decina di giorni inaugurato la sua mostra fotografica al Circolo Arci Bolognesi, che durerà fino al 13 maggio. Alle domande su di lui e sulla sua carriera tra musica e fotografia risponde sempre in maniera inguaribilmente autoironica e umile, raccontando di come abbia iniziato a suonare da autodidatta a sedici anni e della sua prima band a diciassette, i Black Wings, che all’epoca ebbero un certo seguito. La band in cui suona da sette anni a questa parte, i Voodoo Highway, è ora arrivata al terzo disco The Ordeal, in procinto di uscire – qui il video del singolo The Deal. La passione per la fotografia è nata invece per caso, quando è stato costretto a cambiare il suo vecchio telefono – che ha eroicamente resistito fino al 2013 – con un iPhone. In verità Galeotto non fu lo smartphone, perché le foto aveva iniziato a farle fin da bambino con la macchina analogica di suo padre e ora le fa con la sua Sony.

Nelle tue foto si riscontra spesso l’elemento del quotidiano, cosa significa per te?

Mi capita spesso di andare a far foto in momenti della mia quotidianità e di conseguenza vivendo in una città medio piccola come Ferrara, è un attimo che uscendo trovo le quotidianità altrui. Io sono nato e cresciuto in Krasnodar, che specialmente quando ero bambino io era un quartiere molto degradato. La cosa del degrado e del vivere quotidiano mi ha sempre beccato molto bene. Forse perché in Krasnodar ho avuto la possibilità di osservare una valanga di situazioni borderline e casi umani – volendo mi potrei anche mettere nel novero… Tant’è che uno dei miei pezzi preferiti in assoluto è Eleanor Rigby dei Beatles, proprio per il fatto che descrive qualcuno che vive le proprie tragedie nella sfera personale e che il mondo intorno spesso ignora. Ecco è bello fotografare le persone nel loro quotidiano – sperando che non ti denuncino – perché se uno osserva bene può vedere tante storie. L’unica foto di cui vado veramente fiero, che feci con l’iPhone nel 2014, è quella di un bambino a cui è caduto il gelato ed è rimasto a guardarlo affranto per un sacco, tanto che ho avuto il tempo di fotografarlo. E non so perché trovo molta forza nella piccola tragedia di questo bambino, che oggi è un gelato, domani sarà la morte o la distruzione del mondo, non so.

Hai già ricevuto feedback riguardo le tue foto?

A sorpresa alcune persone mi hanno fatto dei complimenti. Io però coi complimenti ho un rapporto conflittuale. Non essendo una cosa che reputo di saper fare con un determinato grado di competenza, se uno mi fa i complimenti io casco dal pero. Poi invece una critica che ho sentito è che c’è un po’ troppa postproduzione, il che forse è vero. C’è da dire però che come fare foto è uno sfogo per me, delle volte anche impezzarmi mezz’ora-un’ora con Photoshop lo è. Penso di farlo principalmente per me stesso, come una catarsi. Un po’ come la musica, non sai bene perché lo fai. Non so se uno sguardo esterno riesca a percepire questo tipo di cosa. Poi sono anche dell’idea che ogni forma – per usare un parolone grosso – d’arte debba ispirare nel prossimo una reazione completamente autonoma. Anche se faccio una canzone, non voglio nemmeno che sia troppo chiara, perché poi ognuno deve farsi il suo viaggio sopra.

Letizia Spettoli

 

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