Parte oggi la nuova rubrica di ferrarabynight.com dal nome altisonante de “Il disco del mercoledì”, momento semi-culturale che guarda caso comparirà sulle vostre bacheche ogni mercoledì sera, poco prima dell’uscita per la consueta boccata d’aria e di birra della serata.

Il primo disco suggerito da tale rubrica appartiene al filone cantautorale italiano, una di quelle opere che anche chi è poco avvezzo alla parola poetica musicata deve assolutamente conoscere.

Si sta parlando del sempiterno “Via Paolo Fabbri 43” di Francesco Guccini, datato 1976, sei brani che in una sorta di filo invisibile si muovono attorno alla vis poetica del cantautore originario di Pavana fino a terminare direttamente nella sua casa, con il brano omonimo dell’album, indirizzo bolognese di Guccini dove ancora, talvolta, lo si può trovare.

Il disco è uscito dopo il fallimento teorico di “Stanze di vita quotidiana“, fallimento teorico perchè il precedente lavoro che anticipa”Via Paolo Fabbri 43” di per sè era un buon lavoro ma eclissato dal suo predecessore, la pietra miliare, l’album “Radici“.

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Inevitabile trovare tre la parole del Guccini, all’interno del contesto domestico dell’album fatto di chitarre, serate di vino e serate in osteria, il continuo interrogarsi su un’esistenza che impertinente non lesina a sbrogliarsi davanti a chi canta.

Per farlo utilizza la figura del pensionato (“e mi racconta piano con il suo tono un po’ sommesso di quando lui e Bologna era più giovane di adesso“), della donna che deve abortire mentre il padre del bambino in grembo la lascia (“E di lui non dire male,sei anche stata fortunata in questi casi, sai, lo fanno in molti sì, lo so, quando lo hai detto, come si usa ti ha lasciata ma ti ha trovato l’indirizzo e i soldi ), tutte esistenze mutilate e zoppicanti di cui Guccini si serve per trovare il senso, nesso di una vita.

Tra le canzoni però spicca “L’avvelenata” scritta dal maestrone per il critico musicale Riccardo Bertoncelli il quale lo aveva accusato, parlando di Stanze di Vita quoditiana, di essere entrato nello spietato circolo in cui si sforna un album ogni due anni solo per benefici economici derivanti dalla vendita.

Sputtanato, si perdoni il francesismo ma non v’è altro termine migliore, il critico con la frase “Ci sarà sempre un Bertoncelli ed un prete a sparare cazzate“, tale rigo costrinse il critico ad un breve periodo di vita da eremita per via del fatto che la tal canzone era diventata una hit e quindi costantemente messo alla berlina, anche dallo stesso postino il quale lo interrogava se fosse lui il Bertoncelli della canzone del Guccini.

Si chiude con l’inno, la canzone di chi la notte la usa per rimanere ancora sù, a bere, scrivere e suonare: Canzone di notte n°2.

L’ambiente è quello della notte, l’eco dei brindisi felici è appena svanito ed allora arriva la voce di Guccini che, accompagnato dal fingerpicking, riflette sugli strani fantasmi ed i sogni vari  rivolgendo false scuse ai vari moralisti, distaccandosene: “Scusate non mi lego a questa schiera, morrò pecora nera”.

Tracklist:

  • Piccola storia ignobile
  • Canzone di notte n°2
  • L’avvelenata
  • Via Paolo Fabbri 43
  • Canzone quasi d’amore
  • Il pensionato