Di Letizia Spettoli


Se sommiamo le arti visive, la musica, gli incontri e le performance, eleviamo a un numero n di persone di età ed estrazione molto diverse – come sono quelle che passano tutti i giorni di fronte alla Porta degli Angeli – e moltiplichiamo per due mesi, cosa otteniamo?

Lo avrete già capito, è l’algoritmo di Andrea Amaducci.

Che cos’è “Algorithmic”? È un’iniziativa ambiziosa, cosa si propone di fare?

L’idea generale è quella di trovare un posto fisico dove incontrarsi. Io sono cresciuto in campagna, molto all’aperto e comunque prima di internet. Non so se fosse meglio prima o dopo, comunque mi manca, personalmente, uno spazio fisico dove ci si incontra.

La mia formazione è avvenuta prima nelle discoteche a Riccione e poi, quando siamo venuti a Ferrara, che era un po’ “morta” (era il ‘98-‘99), si bazzicava molto Bologna: quindi Link, Livello57, TPO (il Teatro Polivalente Occupato). Loro avevano delle programmazioni trasversalissime, crossover di arte contemporanea, musica contemporanea… Ci andavi una sera e ti beccavi i capi dell’hip hop old school e poi un’altra e c’era una mostra. Bellissimo. Quando ho iniziato a girare un po’ l’Europa e il mondo con il teatro, dicevo “Cazzo, ma noi a Bologna avevamo una bomba nucleare!”. Quella cosa lì, quel modo di approcciare il pubblico, mi è rimasto dentro. Abbiamo iniziato a fare delle feste quando eravamo ancora ragazzini a casa nostra e questa cosa qui è praticamente ancora quella festa là, però più strutturata. Non ci sono più gli amici della via o quelli che facevano teatro con noi: siamo andati avanti. Però l’idea è sempre di un impianto crossmediale, dove ognuno può trovarsi il suo. Questo, in modo particolare, è stato fatto partendo dall’idea di mescolare il pubblico. I contenuti sono arrivati dopo aver deciso quale tipo di persone volevo mescolare. 

L’attività è autoprodotta, io ho speso tutti i soldi che avevo per fare questo. È una somma misera, ma è tutto quello che avevo, e per me in questo modo diventa anche un gesto politico, no? Non ho quello che vorrei dal punto di vista della proposta culturale? Non c’è quello che mi piace vedere, non c’è quello che vorrei vedessero i diciottenni? Quindi l’ho creato. Fine. Ma ho visto che facciamo fatica. Io ho fatto questo con Maria Ziosi, la mia compagna, che è un’artista di Ferrara. Le persone che hanno accettato di venire l’hanno fatto per dei quarti, dei quinti, degli ottavi dei loro cachet e lo hanno fatto perché ci si conosce da tanto tempo e perché credono anche loro nell’algoritmo.

E la gente che capita qui per caso?

Per me, è più importante di quella che viene apposta. Come può non pensare un’amministrazione a rendere questo luogo una macchina di benessere? I turisti ci si infilavano dentro anche prima: sei in fondo alla camminata nobile di Ferrara e alla Porta degli Angeli ci vieni, fine della discussione. Potenzialmente sarebbe una macchina da denaro, basterebbero quattro firme. Se uno lo vuol fare si fa. Delle volte mi viene voglia di evaporare da questa città e dall’Italia, perché so che da altre parti ciò che faccio non solo viene apprezzato, ma magari lo vendo pure.

Però un po’ ci hai creduto, altrimenti non avresti fatto tutto questo…

Ci ho creduto perché ho un bambino piccolo. Lui è stata la molla per provare con i mezzi che ho, che sono tremila lire e una città sotto al culo che è di una bellezza, che nemmeno chi c’è dentro riesce a capire bene (se per non farsi le seghe con il castello e le solite tre cose), a far muovere il carretto nella direzione giusta.