Se la maggior parte delle persone afferma con convinzione di odiare chi spoilera, chissà cosa avrà provato Quentin Tarantino quando qualcuno ha rilasciato il copione della sceneggiatura del suo ottavo film con mesi di anticipo. The Hateful Eight doveva saltare, il folle regista di Knoxville si era arrabbiato così tanto da non voler più terminare di girarlo, ma poi come ogni professionista che si rispetti non solo ha rilasciato la pellicola in tempo modificando diversi elementi della trama, ma ha persino organizzato delle letture del copione incriminato dal vivo. E meno male che sia finita così, mi viene da dire.

Premetto che The Hateful Eight mi è piaciuto, e prima di cominciare a blaterare lodi a caso c’è da fare una premessa che vale un po’ per tutti i film di Tarantino. Sarà una frase detta e stradetta, ma i suoi lavori o ti piacciono o non ti piacciono, e bisogna accettare la seconda ipotesi senza fare del criticismo casuale, secondo la mia opinione. Non esistono vie di mezzo, non esiste uscire dalla sala e formulare una frase come “mmmah, carino, niente di che comunque” con fastidioso e pretenzioso accento da hipster perennemente insoddisfatto. Tarantino è così, o apprezzi e accetti i dialoghi pungenti e senza crepe, un po’ di sano trash qui e là, la vena splatter e il linguaggio politicamente scorretto o non puoi lamentarti degli elementi appena citati. Fanno parte di Tarantino da sempre. Sarebbe come entrare in un ristorante vegano e lamentarsi perché non ti servono una fiorentina al sangue da 1,2 kg.

Detto questo, rapido sunto della trama: siamo al termine della Guerra di Secessione americana. Due cacciatori di taglie (Samuel L. Jackson e Kurt Russell) sono diretti alla ridente cittadina di Red Rock per intascare i soldi di alcune ricompense. Il primo, soprannominato “il Boia” è deciso ad assistere all’impiccagione delle sue catture e dunque porta con sè la prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). A loro si aggiunge il “nuovo sindaco” di Red Rock Chris Mannix (Walton Goggins, chiave comica importante ed efficace per tutto il fim). I quattro, accompagnati dal cocchiere/capro espiatorio O.B. (James Parks) si riparano dalla bufera imminente nel famoso emporio di Minnie, gestito temporaneamente dal messicano Bob (Demián Bichir). Ad aspettarli trovano anche il boia cittadino Oswaldo Mobray (Tim Roth), il cowboy Joe Gage (Michael Madsen) e l’anziano ex-generale confederato Sanford “Sandy” Smithers (Bruce Dern), rimasti anch’essi bloccati dalla tempesta. Quali sono le storie di questi uomini (e di questa donna)? Come si intrecciano? Ma soprattutto, chi è uno sporco bugiardo e chi dice la verità? Ed ecco che da 9 personaggi misteriosi parte una narrazione in capitoli (che Tarantino ha già usato diverse volte e che si rivela sempre efficace) che coinvolge lo spettatore sempre di più invogliandolo a scoprire l’esatto intreccio delle vicende.

Dal punto di vista tecnico, cosa si può contestare a Tarantino? Io sarò di parte, ma è impossibile negare che abbia un occhio incredibile e che The Hateful Eight sia una perla di regia di un professionista ormai maturo. Scene panoramiche piene del bianco candido dell’inverno del Wyoming che si tingono di rosso nella seconda parte del film senza perdere la cura per ogni singolo dettaglio. Primi piani che demoliscono la quarta parete in modo estremamente efficace. Dialoghi e soliloqui lineari, precisi e di impatto. Equilibrio assoluto non solo per quello che riguarda il bilanciamento degli elementi scenici, ma anche nel racconto delle storie dei personaggi, il che li pone tutti sullo stesso livello, attribuisce a ognuno il giusto spazio. Anche perchè senza armi e bloccato in mezzo alla neve non ti resta che mostrarti per quello che sei veramente cercando di dare un contributo onesto per la sopravvivenza. O forse no? Ecco che si gioca in continuazione su questa ambiguità, l’ago della bilancia oscilla in continuazione tra bene e male e i dubbi dei protagonisti diventano un po’ i tuoi. Ottime anche le scelte attoriali, nessuno mette in ombra gli altri, neanche Samuel L. Jackson, protagonista apparente che non ha ragione di esistere senza gli altri personaggi. Incredibilmente non c’è Uma Thurman, da quando Mr. Tarantino è uscito dalla friendzone non ha neanche più bisogno di tenerla sul set per provarci spudoratamente.

E poi dai, è in 70mm, chi ha potuto vederlo in formato originale per gentile concessione del proprio cinema di fiducia capirà perché Tarantino l’ha preteso. E ha preteso anche che il silenzio dell’intervallo da 15 minuti in sala venisse riempito dalla colonna sonora di Ennio Morricone. Lo stesso Morricone che ha rincorso per 7 pellicole, di cui ha sempre dovuto campionare i pezzi appartenenti ad altri film e che questa volta è riuscito ad accapparrarsi al 100%. Lo stesso Morricone che proprio due giorni fa si è portato a casa un BAFTA per The Hateful Eight e che è candidato al secondo Oscar della sua carriera. Lo stesso Morricone che dopo più di 60 anni di lavoro si riconferma orgoglio italiano e ci ricorda che il nostro panorama musicale non si ferma al Festival di Sanremo.

Se non si fosse capito leggendo le precedenti 835 parole, adoro Tarantino e non riesco a non farmi piacere i suoi film. Dietro al trash, alle citazioni da nerd, alla violenza, ai geniali incastri, all’uso eccessivo del dolce epiteto “negro” c’è un genio del cinema e del pulp, talvolta incompreso, che utilizzando sempre gli stessi elementi è riuscito a ottenere 8 capolavori esplosivi e che difficilmente si possono definire di bassa qualità, nè tantomeno banali. Quindi guardatelo, guardatelo attentamente. Guardate oltre agli schizzi di sangue e cervella, godetevi le inquadrature perfette e gli incastri deliziosi della trama. Ma anche sangue e cervella in fondo perché dai, è sempre quel pazzo scatenato di Tarantino!