Era da poco finita l’estate quando l’Italia si è ritrovata soggetta a quello che tutti temevano ma nessuno sperava: la seconda ondata. 

Bollettini che ritornano a impazzare, giornalisti che a suon di titoli click baiting annunciano: “È TORNATO IL VIRUS”.

Da lì in poi l’estate rapidamente sparisce.

Prima la chiusura delle discoteche dopo Ferragosto, poi la graduale e costante sospensione di tutte le attività, dai teatri (qualcuno non hai mai aperto), ai cinema fino ai bar e ristoranti.

Bar e ristoranti che di certo hanno imparato a fare la spesa usa e getta vista la condizione di costante incertezza con cui hanno vissuto ogni giorno.

La strategia governativa, infatti, è stata spesso poco confortante, spesso contestata, chiamata a trovare soluzioni rapide ed efficaci a problemi complessi. 

E, intanto, a cascata arrivano i bollettini, a certificare una curva che risale e risale. 

Arrivano le zone, gialle, arancioni, rosse. 

No dunque qui possiamo spostarci tra province ma non possiamo andare a cena in più di 4, però aspetta forse possiamo andare a correre, no no fermi quella è l’arancione, però anche la rossa diceva va beh non lo so. 

Con l’annuncio di speranza – non il ministro – di chiudere tutto in autunno per riabbracciarci a Natale, il periodo per definizione di riunione e di condivisione: una manciata di giorni per avere una boccata di ossigeno rispetto allo stress lavorativo (chi ancora ce l’ha), per mangiare insieme e ascoltare le novità di amici e amiche che non si vedevano da tempo. 

“Chiudiamo oggi per passare insieme il Natale”

Ce lo siamo ripetuti per resistere al secondo lockdown, psicologicamente più pesante del primo dato che la voglia di cantare dai balconi si era consumata la scorsa primavera. 

Si può uscire ma non si ha motivo per farlo. 

Col passare delle settimane la curva non ha dato segni di declino eppure Natale era alle porte, finché non è arrivato il verdetto definitivo. 

Stiamo chiusi a Natale e Capodanno. E così è stato. Contribuendo nel nostro piccolo a fermare questo maledetto virus che non dà segni di debolezza. 

Oggi ci ritroviamo a gennaio, camminando nel silenzio e l’umidità del centro di Ferrara, tra lo sguardo dei militari posizionati davanti al Duomo e quelle luci natalizie che soffrono di solitudine.

Qualche bar è aperto. Fa l’asporto, qualcuno no, non ne vale la pena. 

Arrivano già le prime voci di corridoio da Palazzo Chigi.

Lasciamo chiusi oggi per passare insieme Pasqua.

Stavolta non ci credo.