A cura di Valentina Scirpoli, 28 Maggio 2014

 

La notte del 15 novembre del 2012 il quarantaseienne ferrarese Massimiliano Liboni torna a casa in stato confusionale, con delle tumefazioni di origine sconosciuta al volto, e si reca nella camera da letto dei suoi genitori con un coltello di trenta centimetri e, preso da un raptus di follia, colpisce il padre Bruno con quattro coltellate.

Subito vengono chiamate le forze dell’ordine e ad aprire loro la porta è lo stesso padre sanguinante, specie dall’addome, dove ha subito il fendente più profondo. Massimo Liboni viene arrestato e denunciato per tentato omicidio.

Il processo di primo grado ha visto la sua fine con una sentenza che condannava l’uomo a 8 anni, a fronte dei 5 chiesti dal Pm dell’accusa. Infatti era stato tenuto conto dello stato confusionale del Liboni ma non dei problemi psichici.

Di questi problemi l’uomo soffriva praticamente da sempre, ed era seguito sia dalla famiglia che da esperti. Assumeva anche farmaci per contenere i suoi scatti nervosi, farmaci che non sono riusciti ad evitare la tragedia di quella sera. Operato d’urgenza però il signor Franco è sopravvissuto.

Il processo d’appello invece ha ridotto la pena di Massimiliano Liboni da 8 a 6 anni, avendo probabilmente considerato lo stato confusionale in totale incapacità di intendere e volere.

La famiglia, indipendentemente dalle sentenze, è certamente distrutta dopo l’avvenimento di quel 15 novembre, uno dei tanti fatti che dovrebbero far rivedere a chi di dovere la legislazione vigente per dare maggior sostegno sia alle vittime di disturbi psichici sia ai loro cari.